Ennesimo affronto alla Memoria del popolo armeno da parte del Presidente Turco Erdogan

In data 16 gennaio 2015 il Presidente Turco Erdogan ha invitato il Presidente Armeno Sarkissian a partecipare il prossimo 24 aprile 2015 alla cerimonia del centenario della battaglia di Gallipoli.

L’invito ovviamente oltre ad essere inopportuno suona come una provocazione ed un ulteriore presa in giro dal momento che quest’anno ricorre il centenario del genocidio ed il 24 aprile si sa, è internazionalmente riconosciuta come la data della commemorazione del genocidio del 1915 perpetrato dal governo turco di allora di cui Erdogan non è altro che legittimo erede.

Il Presidente Armeno ovviamente non ha ritardato la sua risposta a questo ennesimo affronto alla Memoria del popolo armeno.

Di seguito pubblichiamo la lettera del Presidente Sarkissian tradotta a cura del Prof Gergorio Zovighian con un breve commento dello stesso.

COMMENTO DEL PROF ZOVIGHIAN

Non so se il presidente turco, Erdogan, sia più sfacciato o più arrogante. Ecco perché.

Nel corso della prima guerra mondiale gli anglo-francesi fecero uno sbarco a Gallipoli, presso i Dardanelli, in Turchia. Vi furono cruente battaglie nel corso delle quali un armeno , Sarkis Torossian, capitano di artiglieria nell’esercito turco, affondò una nave nemica e per questa ragione il ministro della guerra turco, Enver pascià (uno dei triumviri dei Giovani Turchi), presentandolo a degli ufficiali tedeschi, lo definì “l’eroe armeno”.

Orbene, Erdogan, , al chiaro scopo di offuscare le commemorazioni del centenario del genocidio armeno, ha invitato i capi di stato di tutto il mondo, fra cui l’Armenia, a partecipare alla cerimonia commemorativa della battaglia di Gallipoli; cerimonia che, guarda caso, è stata indetta per il 24 aprile 2015!

Anche la sfacciataggine dovrebbe avere un limite, ma ormai il presidente turco non ha più freni. Basti vedere il palazzo presidenziale che si è fatto costruire: mille stanze! Evidentemente non voleva più stare nel vecchio palazzo presidenziale che, fra le altre, sorge su un terreno requisito alla famiglia armena Kassabian.

Comunque quest’ennesima uscita del presidente turco deve far meditare tutti coloro che, senza fare i conti con la dura realtà,chiedono agli armeni di tendere una mano alla Turchia.

In allegato invio la traduzione della risposta del presidente dell’Armenia all’invito di Erdogan a presenziare alla commemorazione della battaglia di Gallipoli. Dopo la sua lettura non viene che da dire: “Bravo, presidente !”.

Gregorio Zovighian

Traduzione della lettera del Presidente Sarkissian

Egregio signor Presidente,

Ho ricevuto il Vostro invito, a me diretto, per partecipare alle manifestazioni in ricordo del centenario della battaglia di Gallipoli. Effettivamente la prima guerra mondiale è una delle pagine più terribili della storia dell’umanità, che fu causa di milioni di perdite di uomini innocenti e di destini rovinati.

Alla battaglia di Gallipoli partecipava anche un artigliere armeno delle forze armate dell’Impero Ottomano, il capitano Sarkis Torossian,un ufficiale che si era dedicato a difendere e a tutelare la sicurezza dell’Impero(Ottomano) e che, per il suo fedele servizio ed il coraggio (dimostrati), si meritò delle ricompense militari, da parte dell’Impero Ottomano. Mentre, nello stesso periodo l’ondata di massacri di massa e di deportazioni -precedentemente pianificati ed attuati nei confronti degli armeni da parte dell’Impero Ottomano- giunta al culmine, non risparmiò persino Sarkis Torossian. Nel novero del milione e mezzo di armeni vittime del genocidio vi erano i suoi genitori che furono ferocemente uccisi, mentre la sorella morì nel deserto di Siria. Ed è proprio in seguito a questo eccidio senza precedenti che Raphael Lemkin creò il termine “genocidio”, ed è stata la sua impunità che preparò il terreno all’Olocausto ed ai genocidi di Ruanda, Cambogia e Darfur.

Secondo Voi la battaglia di Gallipoli è un particolare esempio, non solo per la Turchia, ma anche per il mondo intero, dei rapporti d’amicizia sorti dalle guerre; mentre il campo di battaglia è un monumento di pace e di amicizia, che ricorda l’amara eredità della guerra. Tralasciando l’importanza, a tutti ben nota, della battaglia di Gallipoli, oppure la discutibile condotta della Turchia nel corso della prima e della seconda guerra mondiale, è necessario ricordare che la pace e l’amicizia devono innanzitutto basarsi sul coraggio di confrontarsi con il proprio passato, sulla giustizia storica, come pure sul riconoscimento totale, e non selettivo, della memoria dell’intera l’umanità.

Ahimé , la Turchia continua la sua tradizionale politica negazionista e di anno in anno “perfezionando” il suo strumentario di mistificazione storica, quest’anno ricorda il centenario delle battaglie di Gallipoli, per la prima volta il 24 aprile, mentre quelle sono iniziate il 18 marzo del 1915 e sono proseguite fino alla fine di gennaio del 1916 e lo sbarco degli alleati ed i combattimenti di terra sono iniziati il 25 aprile.

Che fine persegue tutto ciò, se non il banale scopo di deviare l’attenzione del pubblico mondiale dalle manifestazioni del centesimo anniversario del genocidio armeno?!.

Mentre, prima di intraprendere iniziative commemorative, la Turchia aveva un dovere molto più importante, nei confronti del proprio popolo e dell’intera umanità, cioè il riconoscimento e la condanna del genocidio armeno.

Quindi Vi consiglierei di non dimenticare, nei Vostri appelli ad una pace mondiale, di inviare al mondo un invito al riconoscimento del genocidio armeno, evocando il ricordo di un milione e mezzo di vittime innocenti.

E’ il dovere di ciascuno di noi trasmettere, alle generazioni future,la vera storia, scevra da mistificazioni; così prevenendo la ripetizione di delitti e preparando il terreno all’avvicinamento ed alla successiva cooperazione fra le nazioni, in particolar modo fra le nazioni vicine

P.S. Vostra eccellenza, ancora alcuni mesi fa Vi avevo invitato a Yerevan, per onorare assieme,il 24 aprile 2015, la memoria delle innocenti vittime del genocidio armeno. Presso di noi non è norma essere ospitati dall’invitato, senza aver ricevuto la risposta all’invito.

L’Italia condanni l’agressione Azera

L’abbattimento dell’elicottero armeno privo di munizioni delle forze armate del Nagorno Karabakh da parte dell’esercito azero lungo la linea di demarcazione tra l’Azerbaigian e la repubblica del Nagorno Karabakh non è stata solo una gravissima violazione dell’accordo di cessate il fuoco del 1994 e un atto vile costato la vita a tre aviatori armeni, ma rappresenta una pericolosissima scintilla nella polveriera del Caucaso.

Solo una dittatura come quella azera poteva arrivare ad abbattere un velivolo avversario dopo che negli ultimi mesi si è più volte sfiorata la ripresa di quel conflitto armato che agli inizi degli anni Novanta insanguinò la regione.

I video postati sulla rete hanno stroncato il puerile tentativo degli azeri di giustificare l’atto come la difesa da una aggressione armena.
Nel filmato realizzato dallo stesso gruppo di soldati azeri che hanno sparato il missile terra aria che ha abbattuto l’elicottero si vedono due elicotteri che procedono lontani, molto lontani, in parallelo lungo la linea di confine. Distanza e lontananza testimoniano che non avevano alcun intento aggressivo ma solo dimostrativo dal momento che si stavano svolgendo esercitazioni su vasta scala come spesso durante l’anno si effettuano da una parte e dall’altra.
I soldati azeri sono eccitati alla vista dei due elicotteri, peraltro la lontananza degli stessi rende difficile all’inizio l’inquadratura video. Il missile colpisce il secondo mezzo che si schianta al suolo nella terra di nessuno che separa le postazioni armene da quelle azere.
Per tutto il pomeriggio gli azeri hanno bersagliato con armi di medio calibro quell’area per impedire i soccorsi.
In un altro video realizzato dalla sponda del Nagorno Karabakh si vede l’apparecchio che sta precipitando in fiamme al suolo, vicinissimo alle postazioni armene e sempre con traiettoria parallela alla linea di confine.

L’abbattimento dell’elicottero è un atto gravissimo che, dopo la tempestiva condanna dell’UE, l’Italia deve condannare con fermezza per evitare le conseguenze di una nuova guerra regionale che avrebbe effetti devastanti non solo su tutta l’area caucasica ma anche per il nostro continente soprattutto da un punto di vista energetico.

Chiediamo alle istituzioni, ai partiti, alle associazioni italiane di solidarizzare con il popolo armeno in difesa della libertà del Nagorno Karabakh- Artsakh e per la sicurezza e stabilità dell’intera regione.

Fermate il dittatore Azero!

Oggi (12/11/2014), alle 13,45 (ora locale) un elicottero “Mi-24” delle forze armate della repubblica del Nagorno Karabakh è stato abbattuto al suolo in conseguenza di una violazione azera del cessate il fuoco.

Il velivolo stava compiendo una missione di addestramento nell’ambito delle manovre “Unità 2014” svolte congiuntamente con le forze armate della

repubblica di Armenia e stava sorvolando la zona prossima alla linea di demarcazione tra repubblica del Nagorno Karabakh-Artsakh ed Azerbaigian.

A bordo del velivolo tre membri dell’equipaggio, deceduti nell’impatto. Dopo la caduta al suolo le forze azere hanno continuato a sparare con armi di medio calibro impedendo ai soccorritori di avvicinarsi ai rottami.

 

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” denuncia l’ennesima gravissima violazione azera che conferma la volontà della dittatura Aliyev di perseguire la strada dello scontro invece che quella del dialogo e della pace, vanificando di fatto tutti gli sforzi dei negoziatori internazionali.

 

L’abbattimento dell’elicottero costituisce un nuovo grave attentato alla pace ed alla democrazia del popolo armeno del Nagorno Karabakh.

 

A proposito dei profughi del Qarabag.

Ci sia consentito un diritto di replica a quanto alcuni giornali, sportivi e non, hanno scritto a riguardo la squadra azera del Qarabag, avversaria dell’Inter in Europa League.

La squadra di una città fantasma, è stata descritta: ed è vero giacché la città di Agdam è oggi pressoché abbandonata dopo il conflitto del Nagorno Karabakh agli inizi degli anni Novanta.

Ma quella guerra, non dimentichiamolo, fu scatenata proprio dagli azeri in risposta al processo democratico degli armeni della piccola enclave del Nagorno Karabakh che nel rispetto della legislazione sovietica dell’epoca scelsero la strada dell’indipendenza.

Al voto referendario il corrotto Azerbaigian rispose con i bombardamenti e la successiva guerra che, nonostante il maggior numero di uomini e mezzi a disposizione, perse.

Piangere le vittime umane è un dovere, commiserare coloro che sparavano missili contro gli armeni no.

È come se dopo la seconda guerra mondiale i tedeschi si fossero lamentati per le distruzioni subite…

Condannare con fermezza la distruzione in Siria da parte dell’ISIS della Chiesa Armena innalzata nel luogo del martirio delle vittime del genocidio

La chiesa armena di Deir el-Zor, eretta nel 1990 a ricordo delle centinaia di migliaia di armeni che in tale località trovarono la morte al termine della marcia di deportazione imposta dal governo turco nell’ambito del piano genocidiario del 1915, è stata fatta saltare in aria dai miliziani dell’Isis. Il crimine è stato perpetrato il giorno 21 settembre, anniversario della indipendenza della repubblica di Armenia.

Ne ha dato notizia il ministro degli Affari Esteri dell’Armenia, Edward Nalbandian che ha definito tale azione una “orribile barbarie”.

Il crimine commesso da miliziani fondamentalisti dell’Isis è ancor più grave giacché avviene proprio alla vigilia dell’anniversario del centenario del genocidio.
A Deir el-Zor (anche Deir ez-Zor, Dayr az-Zawr, Deir al-Zur), in pieno deserto siriano, terminavano le carovane della morte del 1915; i sopravvissuti o furono gettati vivi nelle cavità carsiche del luogo o vennero lasciati morire di fame e di malattie nel deserto.

L’opinione pubblica armena ha chiesto alla Turchia, recentemente accusata di “sostenere” l’Isis, di condannare la devastazione della chiesa, ma ad oggi nessun comunicato ufficiale è pervenuto da Ankara.

Il Consiglio per la comunità armena di Roma nel denunciare l’ennesimo atto di violenza contro il popolo armeno, chiede ai media ed alle istituzioni italiane di condannare con fermezza la distruzione della chiesa (dedicata ai “Santi Martiri”) edificata in quella che è stata definita la “Auschwitz degli armeni”, meta di pellegrinaggio ogni anno, il 24 aprile, in occasione della commemorazione del Metz Yeghern (il “Grande Male”).

FONTI

http://www.armradio.am/en/2014/09/22/armenia-condemns-the-destruction-of-the-saint-martyrs-church-in-deir-el-zor/

http://www.tempi.it/siria-stato-islamico-distrugge-la-chiesa-che-commemorava-il-genocidio-a-deir-ezzor-auschwitz-degli-armeni#.VCF_dBZ0YxI

http://it.radiovaticana.va/news/2014/09/22/siria_lis_distrugge_chiesa-memoriale_delleccidio_armeno/1107052

http://armenpress.am/eng/news/777252/if-turkey-is-not-behind-deir-ez-zor-church-explosion-it-should-condemn-terrorism-vigen-sargsyan.html

Pressalert: L’ennesimo articolo filo Azero

La testata “L’Opinione” ha pubblicato un articoletto a firma Martelloni nel quale si dà spazio al consueto nazionalismo antiarmeno dell’Azerbaigian. Evidentemente la visita del presidente Aliyev in Italia nei giorni scorsi ha dato i suoi frutti…

“Iniziativa italiana per il Karabakh” ha già provveduto ad inviare una nota di protesta per il contenuto dell’articolo. 

Invitiamo i nostri lettori a fare altrettanto ed a far arrivare al direttore Diaconale  la civile ma ferma condanna per articoli che sembrano scritti su commissione.

Testo della lettera da trasmettere al direttore di l’Opinione:

diaconale@opinione.itredazione@opinione.it

egr. direttore,

l’articolo di Romolo Martelloni sul Nagorno Karabakh (19 luglio) non affronta in alcun modo la questione ma si limita a riportare false affermazioni di fonte azera.

E’ inaccettabile che un argomento così delicato venga affrontato in modo tanto superficiale quanto antistorico. Gli armeni del Nagorno Karabakh-Artsakh hanno liberamente scelto di vivere nel loro stato libero ed indipendente votando il referendum del 1991 mentre dal cielo cadevano i missili azeri Grad.

Ospitare le tesi azere senza alcun riguardo ad una verifica dei fatti o a un diritto di replica squalifica il suo giornale, alimenta sospetti ed offende profondamente le comunità armene in Italia e nel mondo.

Firma e data

Lettera di protesta trasmessa a firma del Consiglio per la comunità armena di Roma al direttore della testata. 

Egr. Direttore,

l’articolo di Romolo Martelloni sul Nagorno Karabakh (19 luglio) non affronta in alcun modo la questione ma si limita a riportare false affermazioni di fonte azera.

E’ inaccettabile che un argomento così delicato venga affrontato in modo tanto superficiale quanto antistorico. Gli armeni del Nagorno Karabakh-Artsakh hanno liberamente scelto di vivere nel loro stato libero ed indipendente votando il referendum del 1991 mentre dal cielo cadevano i missili azeri Grad.

Ospitare le tesi azere senza alcun riguardo ad una verifica dei fatti o a un diritto di replica squalifica il suo giornale, alimenta sospetti ed offende profondamente le comunità armene in Italia e nel mondo.

Non sappiamo quali siano stati i motivi che hanno spinto Martelloni a sostenere la tesi insostenibile della propaganda Azera e non è nostra intenzione controbattere le falsità riportate nel pezzo, che possono comunque  essere smentite usando le stesse fonti azere. Ma un domanda ci viene spontanea: Perchè il presidente Aliyev, al posto di elargire ingenti somme di denaro a degli estranei, non si preoccupa del destino del suo popolo e dei profughi che da più di 25 anni vivono in condizioni disumane? 

La verità si trova sempre dietro l’angolo. C’è chi la cerca e la trova e c’è chi sceglie l’opportunità di guardare e di cercare sempre laddove gli è più comodo.

Distinti saluti

Consiglio per la comunità armena di Roma

REPLICA DI INIZITIVA ITALIANA PER IL KARABAKH

Caro Diaconale,

fa bene il Suo opinionista Romolo Martelloni a lamentarsi del silenzio sul contenzioso relativo al Nagorno Karabakh. Ma la sua superficiale, approssimativa ed impropria analisi sulla materia rischia di apparire solo come vuota cassa di risonanza del nazionalismo dell’Azerbaigian.

Già dovrebbe essere imbarazzante per un giornalista occidentale dare credito alle tesi di uno stato che “Reporter Senza frontiere” colloca agli ultimissimi posti nella classifica mondiale di “Freedom world press index”, uno stato antidemocratico, che incarcera oppositori politici ed attivisti dei diritti umani e che solo i soldi del petrolio riescono a rendere “presentabile” al mondo.

Martelloni non è nuovo alle sviolinate azere e leggere certe affermazioni sulla Sua testata potrebbe indurre qualche superficiale analista a ritenere che la cosiddetta “politica del caviale” abbia purtroppo di nuovo colpito in Italia.

Siamo certi che vorrà correggere le argomentazioni di Martelloni e, se lo riterrà opportuno, affrontare la vicenda da un punto di vista oggettivo dando corretto rilievo alle argomentazioni storiche, politiche e giuridiche che stanno alla base del diritto all’autodeterminazione del popolo armeno del Nagorno Karabakh; chiedendo a Martelloni, magari, di approfondire le proprie conoscenze sui pogrom antiarmeni in Azerbaigian alla fine degli anni Ottanta e sul citato massacro di Khojaly che fu attuato dagli stessi azeri del Fronte Popolare nel tentativo di rovesciare, con quei morti, il governo di allora. Ma questa è tutta un’altra storia.

Cordiali saluti

INIZIATIVA ITALIANA PER IL KARABAKH

www.karabakh.it

 

ll “silenzio stampa”  sul Nagorno Karabakh di Romolo Martelloni

19 luglio 2014

 

http://www.opinione.it/esteri/2014/07/19/martelloni_esteri-19-07.aspx

 

Della visita del presidente Aliyev, conclusasi il 15 luglio, si è parlato molto nei media italiani in questi giorni. La questione della Trans Adriatic Pipeline e la donazione che l’Azerbaigian ha voluto devolvere al Comune di Roma a supporto dell’opera di restauro dei Fori Imperiali sono stati gli argomenti maggiormente trattati. E certamente, la definitiva approvazione del Governo italiano alla realizzazione della parte finale del gasdotto che dovrebbe portare in Italia e in Europa il gas azerbaigiano – liberandoci così dalla dipendenza da paesi come Russia, Algeria e Libia – non è cosa di poco conto.

Così come non si può non apprezzare il virtuoso gesto compiuto dal ministro della Cultura della Repubblica dell’Azerbaigian, Abulfaz Garayev, che sottoscrivendo una donazione di un milione di euro ribadisce il rispetto che l’Azerbaigian e il suo popolo nutrono nei confronti della cultura e nella tutela di patrimoni che non appartengono solo al Paese che li ospita, ma che sono patrimoni dell’umanità intera. Ed è apprezzabile che questi importanti traguardi vengano raccontati e pubblicizzati.

Al contrario, non è apprezzabile che argomenti meno “glamour”, ma con una priorità che dovrebbe essere massima rispetto a tutto il resto, vengano raccontati a bassa voce, se non del tutto omessi, soprattutto in queste importanti occasioni.

Sì, perché parlare di Nagorno Karabakh è ancora un tabù in Italia, come in molti altri Paesi europei. Probabilmente la maggior parte della popolazione italiana non sa neanche cosa sia il Nagorno Karabakh. E se forse può percepire che si tratta di un luogo, probabilmente non lo saprebbe collocare.

Parlare di occupazioni, di conflitti, di genocidi non è certamente “glamour”, ne tanto meno “conveniente”. Ma la gente vuole sapere, la gente deve sapere. Spesso ho sentito parlare del conflitto del Nagorno Karabakh come di un “conflitto dimenticato”, ma la verità è un’altra; la verità è che questo è un conflitto “censurato”, che solo a parlarne bisogna avere paura perché potresti esser definito una persona non obiettiva o ancor peggio manipolata.

Il fatto agghiacciante è che oggi in Azerbaigian vivono quasi un milione di persone tra rifugiati e sfollati interni, come risultato del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. E questo è sicuramente un dato certo.

Così come è un dato certo che il 26 febbraio 1992 le bande armate e l’esercito armeno hanno sterminato quasi interamente la popolazione della città di Khojaly, facendo strage di civili con un pesantissimo bilancio: 613 vittime, tra cui 106 donne e 83 bambini. Questi sono tutti dati certi, ma di cui non si può parlare.

La questione del Nagorno Karabakh è molto più ampia, e certo non si può raccontare in queste poche righe. Ma parlarne non dovrebbe far paura. Dovrebbe far più paura il silenzio che si cela dietro questa enorme tragedia della nostra storia contemporanea. Il silenzio è l’arma più pericolosa, dietro il quale ci si nasconde per cercare di lasciare tutto immutato fino a che arrivi l’oblio. Ma come si può pensare che un popolo, una nazione possano dimenticare questa ferita aperta nella loro storia, nella vita dei loro fratelli che in un attimo hanno perso tutto: i propri cari, la propria casa, la propria dignità.

Nelle scorse settimane il presidente Aliyev, parlando alle comunità internazionali in due importanti occasioni – l’assemblea del Consiglio d’Europa a Strasburgo e l’assemblea parlamentare dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) tenutasi a Baku – ha voluto ricordare la sofferenza del suo popolo e il dramma dei profughi del Nagorno Karabakh; ma soprattutto ha voluto ricordare che nonostante le quattro risoluzioni Onu, le decisioni dell’Osce, del Parlamento europeo, dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione islamica per la cooperazione e perfino del gruppo di Minsk – copresieduto da Francia, Russia e Stati Uniti – gli armeni continuano a violare le leggi internazionali, infliggendo ancor più dolore di quanto ne abbiano già inflitto dall’inizio del conflitto del Nagorno Karabakh.

E vorrei aggiungere che il “silenzio stampa” posto sull’argomento, diventa anch’esso involontariamente complice di questa grande ingiustizia.

Pressalert II: Il Giornalista Martelloni ribadisce le sue tesi di matrice Azera sul Nagorno Karabakh. La disinformazione continua….

n data 19 luglio 2014 La testata “L’Opinione” ha pubblicato un articoletto fazioso a firma del giornalista Martelloni dal titolo ll “silenzio stampa”  sul Nagorno Karabakh. >> http://www.opinione.it/esteri/2014/07/19/martelloni_esteri-19-07.aspx

Ci siamo immediatamente attivati inviando una nota di protesta alla testata ed invitando i nostro lettori a fare altrettanto. Ed in effetti alla redazione di L’Opinione ne sono giunte delle lettere di cui alcune sono state pubblicate. Ecco i relativi link: 

 

In data 26 luglio 2014 il giornalista Martelloni ha voluto controreplicare alle repliche di cui sopra ed ha pubblicato un nuovo articolo  col titolo Il Nagorno Karabakh e la verità dei fatti” continuando a sostenere le tesi di matrice Azera.http://www.opinione.it/esteri/2014/07/26/martelloni_esteri-26-07.aspx

Abbiamo ritenuto opportuno riformulare, in data odierna (27/7), una lettera di protesta al direttore della testata che riportiamo di seguito:

Egr. dott. Diaconale,

abbiamo letto la replica, a dire il vero piuttosto stizzita…,  del giornalista Romolo Martelloni pubblicata il 26 luglio 2014 col titolo “Il Nagorno Karabakh e la verità dei fatti” e non possiamo nascondere il nostro stupore di fronte a certe categoriche esternazioni che non fanno altro che consolidare l’idea che le tesi sostenute dal giornalista non possono ambire a rappresentare la verità dei fatti. Si limitano, invece, a sostenere sic et simpliciter le tesi del regime azero che in questi ultimi tempi sta investendo ingenti somme di denaro nel tentativo di presentare uno dei paesi agli ultimi posti della classifica della libertà di informazione e di rispetto dei diritti umani, come un modello da seguire.

 

Siamo invero pienamente concordi con il giornalista che “nel nostro paese (l’Italia) è in atto una campagna contro coloro che vogliono scoprire la verità su questo conflitto”. Ma dobbiamo rilevare che la verità non si scopre riportando le sole ragioni di una delle parti in conflitto, semmai vanno approfondite le ricerche e le informazioni e vanno messe a confronto le ragioni degli uni e degli altri. In caso contrario, e come afferma lo stesso Martelloni in un passaggio “per quanto ne so io”, i fatti riportati si riducono a idee e convinzioni personali, lontani da una seria ricerca giornalistica sulla verità.

A questo punto sorvoliamo volutamente dall’entrare in merito alle “idee chiare e oggettive sul conflitto”che il Martelloni sostiene di aver basato su “documenti e fatti inconfutabili adottati dalle organizzazioni internazionali”, poiché potremmo citarne altrettanti che sostengono l’esatto contrario di quanto riportato nell’articolo pubblicato.

Anche noi siamo ferventi sostenitori della pace, e non solo per la regione caucasica, visto che il popolo armeno è sparso in ogni angolo della terra, avendo già subito nel 1915 il primo genocidio del XX secolo ad opera del governo turco di allora (i cugini degli azeri di oggi peraltro convinti negazionisti). 

Sosteniamo la pace e siamo consapevoli che per il suo raggiungimento non ci sia bisogno di persone e di mezzi che fomentano odio, rabbia e inimicizia. Una pace che deve essere basata sul rispetto dell’altro e dei suoi diritti. Pace che deve essere raggiunta con la strada del dialogo; non quella percorsa da Martelloni che prima lamenta il silenzio sull’argomento, poi lo tratta a senso unico appoggiando il nazionalismo guerrafondaio della dittatura azera.

Con i migliori saluti.

Consiglio per la comunità armena di Roma

Anche “Iniziativa Italiana per il Karabakh”, ch è stata chiamata in causa da Martelloni, ha ribadito in una nuova lettera la propria posizione sementendo le tesi sostenute dal giornalista. Di seguito il testo:

ANCORA SUL NAGORNO KARABAKH: DOVEROSE PRECISAZIONI SULLA “VERITA’ DEI FATTI”

Leggiamo la replica del sig. Martelloni e ci paiono doverose alcune precisazioni. Non per mero spirito polemico, ma perché i lettori di questa testata abbiano contezza del problema.

Certo l’uso parziale delle fonti non giova alla comprensione dei fatti.

Su quanto accaduto a Khojaly sarebbe stato allora opportuno citarne anche altre, alcune delle quali di stessa provenienza azera.

È ampiamente noto agli esperti del conflitto (fra i quali non ci pare figuri il sig. Martelloni) che il comune di Khojaly era un avamposto dei lanciarazzi Grad delle forze armate azere che bombardavano la popolazione civile armena. Alcune settimane prima del 25 febbraio 1992, il comando delle forze armene di autodifesa del Nagorno-Karabakh cominciò a informare via radio le autorità militari e la popolazione civile azera sull’imminenza di un’azione militare armena tesa a neutralizzare i lanciarazzi azeri posti all’interno di Khojaly e sulla presenza di un corridoio umanitario per l’evacuazione dei civili. Come riportato da fonti azere (Khojaly: chronicle of genocide, Baku, 1993, pag. 31), Salman Abbasov, un abitante di Khojaly, dice: «Alcuni giorni prima della tragedia, gli armeni hanno ripetutamente annunciato via radio che sarebbero avanzati nella nostra direzione e ci chiedevano di lasciare la città (…). Infine quando fu possibile evacuare donne, bambini e anziani, loro, gli azeri, ce lo vietarono». Nella stessa fonte (Khojaly: chronicle of genocide, Baku, 1993, pag. 16), Elman Mamedov, all’epoca sindaco di Khojaly, dichiara: «Alle 20.30 del 25 febbraio fummo informati che i mezzi militari armeni erano in posizione di combattimento nelle vicinanze della città. Informammo tutti via radio. Io chiesi elicotteri per evacuare anziani, donne e bambini. L’aiuto non arrivò mai…». Illuminante è anche la testimonianza di Ramiz Fataliev, Presidente della Commissione di indagine sugli eventi di Khojaly: «Quattro giorni prima degli eventi di Khojaly: il 22 febbraio, alla presenza del Presidente, del Primo Ministro, del capo del KGB e di altri, ebbe luogo una sessione del Consiglio di sicurezza nazionale (dell’Azerbaijan) durante la quale venne presa la decisione di non evacuare i civili da Khojaly». Da questa dichiarazione risulta più che evidente l’utilizzo criminale dei civili azeri come scudo per i lanciarazzi da parte delle stesse autorità azere. Inoltre, nella sua intervista alla Nezavisimaya Gazeta del 2 aprile 1992, il deposto Presidente azero Mutalibov affermò: «Gli armeni avevano lasciato un corridoio per la fuga dei civili. Quindi perché avrebbero dovuto aprire il fuoco? Specialmente nell’area intorno ad Agdam, dove, all’epoca c’erano abbastanza forze (azere) per aiutare i civili». Nei dintorni di Agdam (a molti chilometri di distanza dal teatro delle operazioni) erano dislocate le formazioni paramilitari del Fronte Popolare Azero. Sempre Mutalibov, in un’intervista alla rivista «Novoye Vremia» del 6 marzo 2001 ribadisce: «Era ovvio che qualcuno aveva organizzato il massacro per cambiare il potere in Azerbaijan», alludendo così al Fronte Popolare Azero le cui truppe erano di stanza nei pressi di Khojaly, quelle stesse truppe che, alcuni giorni dopo i fatti di Khojaly, organizzarono il golpe a Baku. E dichiarazioni e valutazioni di questo tipo sugli eventi di Khojaly sono state fatte da diverse personalità azere e da giornalisti. Alcuni dei quali sono stati incarcerati o sono morti in circostanze sospette.

Insomma perché gli armeni, dopo aver ripetutamente lanciato appelli affinché la popolazione civile abbandonasse la cittadina, avrebbero dovuto inseguire i fuggiaschi fino quasi a fronteggiare le linee nemiche per poi ucciderli? Perché i cadaveri (numero assolutamente imprecisato, non è mai esistita una contabilità precisa, il numero è andato aumentando mese dopo mese…) furono trovati in territorio controllato dagli azeri ad una manciata di chilometri da Agdam dove erano radunate migliaia di soldati dell’Azerbaigian? Perché alcuni cadaveri furono mostrati ai giornalisti a più riprese e uno dei corrispondenti, invitato per errore una seconda volta, notò che molti corpi erano stati nel frattempo “arrangiati” (scalpati, mutilati…) dagli stessi azeri? Perché le foto su internet dei corpi di Khojaly si riferiscono a cadaveri di terremoti o altri massacri?

Legga per favore i documenti sul nostro sito (“Dossier Khojaly” e “Undici domande su Khojaly”)

Egr. sig. Martelloni, su temi così delicati un serio giornalista non si limita a ricercare alcune fonti, ma le esamina tutte. Le risoluzioni ONU da Lei citate sono state votate (su iniziativa di Turchia e Pakistan…) nel pieno del conflitto nel tentativo di far cessare l’avanzata armena sull’esercito azero in rotta; avrebbe potuto anche citare la risoluzione del nostro Parlamento Europeo del 1988 contro i pogrom antiarmeni di Sumgait;  i riconoscimenti da Lei citati di alcuni stati fanno il paio con le altrettante risoluzioni a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo del Nagorno Karabakh, che è uno stato distinto dall’Armenia e formatosi in modo assolutamente legale e democratico.

La legge sovietica del 7 aprile 1990 prevedeva infatti che in caso di fuoriuscita di una repubblica socialista dall’Unione eventuali entità regionali autonome (come all’epoca era il NK, una oblast) avrebbero potuto liberamente scegliere se seguire la repubblica secessionista o rimanere nell’Urss.

Quando a fine agosto 1991 l’Azerbaigian fece la sua scelta gli armeni del NK si ritrovarono su un piatto di argento la possibilità di autodeterminarsi e tre giorni dopo costituirono la nuova entità statale; la Corte Costituzionale dell’Urss (26 novembre 1991), un referendum popolare (10 diembre 1991) ed elezioni politiche democratiche (26 dicembre 1991) sancirono il diritto di questo piccolo stato a vivere libero ed indipendente. Il 6 gennaio 1992 fu ufficialemnete dichiarata la nascita del nuovo stato, il 30 gennaio i carri armati azeri cominciarono ad avanzare nel suo territorio.

I rifugiati non furono un milione come gli azeri vanno reclamando ancora venti anni dopo: la città più popolosa fuori dall’Oblast Autonomo del Nagorno Karabakh era Agdam e contava sessantamila abitanti, in tutto l’oblast gli azeri erano non più di trentamila e nei territori circostanti (quasi disabitati) poche altre decine di migliaia. Uno stato che vive di petrolio e spende tre miliardi di dollari (sic!) all’anno per comprare armi può avere dei profughi venti anni dopo la fine del conflitto?

Nel 1988 un violento terremoto causo decine di migliaia di vittime nell’Armenia settentrionale. Il mondo si mobilitò in una gara di solidarietà senza precedenti e quella della Protezione Civile italiana fu la prima missione ufficiale all’estero. Si era ancora in regime di cortina di ferro. Anche l’Azerbaigian volle aiutare i fratelli armeni sovietici ed un carro merci di aiuti giunse nella capitale Yerevan; quando l’aprirono scoprirono al suo interno decine di cadaveri di armeni trucidati in Azerbaigian…

Lei, caro Martelloni, è ovviamente libero di scrivere tutto quello che ritiene opportuno e che il Suo direttore Le permette di pubblicare: ma non confonda un articolo come il Suo con un reportage storico e politico sulla questione.

Non venda come “verità dei fatti” solo una versione di parte, non si limiti a scopiazzare dati da Wikipedia, ma esamini cause e circostanze, cerchi di capire il problema e di analizzare tutti i fatti.

Perché ci domandiamo, un giornalista deve all’improvviso (in concomitanza con la visita del presidente azero a Roma…) prendere una posizione così netta (e ci consenta anche superficiale) su un tema come questo a favore di un regime come quello dell’Azerbaigian? Che, lo dice Reporter Senza Frontiere non gli armeni, è al 160° posto su 180 paesi nella classifica sulla libertà di informazione (l’Armenia con tutti i suoi problemi è 78a, l’Italia 49a).

Forse la democrazia e la libertà di Opinione non conteranno molto parlando di storia e politica, ma prima di schierarsi decisamente a favore di una parte qualche riflessione a 360° sarebbe pure necessaria.

Distinti saluti

INIZIATIVA ITALIANA PER IL NAGORNO KARABAKH

www.karabakh.it

Visita di Aliyev in Italia

COMUNICATO STAMPA

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MATTEO RENZI IN OCCASIONE DELLA VISITA IN ITALIA DEL PRESIDENTE AZERO ILHAM ALIYEV

 

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” ha inviato al presidente del consiglio Matteo Renzi il seguente messaggio in occasione della prossima visita in Italia del presidente della repubblica dell’Azerbaigian Ilham Aliyev.

 

 

Signor Presidente del Consiglio,

tra pochi giorni sarà in Italia per una visita ufficiale di stato il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev. Leggiamo dalle anticipazioni di stampa che giungerà nel nostro Paese per firmare importanti contratti economici. Quello del petrolio e del denaro è d’altronde l’unico strumento a disposizione dell’Azerbaigian per ottenere una ribalta internazionale. Da sempre, infatti, “pecunia non olet”.

E noi non ci permettiamo certo di discutere le opportunità economiche dell’Italia, anche se riguardano il controverso progetto TAP.

Ricordiamo però a noi stessi che l’Azerbaigian è agli ultimissimi posti nelle classifiche mondiali sulla libertà di informazione, che decine di giornalisti ed intellettuali azeri sono rinchiusi nelle carceri, che la tutela dei diritti umani è costantemente in peggioramento come evidenziato dagli ultimi drammatici rapporti delle organizzazioni internazionali, che l’Azerbaigian è indicato tra i paesi più corrotti e corruttori al mondo (al punto che il suo presidente è stato insignito nel 2013 dalla Organized crime and corruption reporting Project del titolo di “corrotto dell’anno”).

Non dimentichiamo come la cosiddetta “Politica del caviale” (sinonimo di corruzione e malaffare azero) si sia introdotta purtroppo, in maniera spesso subdola, anche in Italia.

E non dimentichiamo soprattutto come l’Azerbaigian continui ad infiammare il Caucaso meridionale cercando una soluzione bellica al problema del Nagorno Karabakh, spendendo miliardi di dollari per acquistare armi, continuando ad uccidere ragazzi armeni lungo il confine con l’Armenia e con la repubblica del Nagorno Karabakh contro la quale, a venti anni di distanza dalla firma del cessate il fuoco (dopo la guerra scatenata  e persa dagli azeri stessi) non cessa l’azione violenta per annullare il suo democratico diritto di avere un futuro di pace e libertà.

E, soprattutto, signor Presidente del Consiglio, non possiamo dimenticare come il Suo prossimo interlocutore abbia ripetutamente additato gli armeni, in ogni parte del mondo, come “un nemico principale da abbattere”.

Ecco, come italiani di origine armena, chiediamo che le nostre istituzioni ci siano vicine e non facciano da cassa di risonanza al nazionalismo guerrafondaio, razzista, armenofobo ed antidemocratico del dittatore Aliyev.

Gli affari sono affari, ma libertà, democrazia e diritti umani sono ben altro. E l’Italia non può dimenticarlo.

Grazie per la Sua attenzione e buon lavoro.

Con i migliori saluti

 

Consiglio per la comunità armena di Roma

Sergio Romano nega il genocidio armeno. Corriere della Sera

Ancora un volta ed a differenza della stragrande maggioranza dei suoi colleghi, l’editorialista del Corriere della Sera Sergio Romano, nega la realtà del genocidio armeno e sposa le tesi turche e quelle dello storico  Bernard Lewis che, negli anni novanta, fu addirittura condannato per la sua visione negazionista della storia.

Sul CDS del 08 maggio u.s. ad un replica dell’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia Sergio Romano risponde che i fatti del 1915 non possono essere definite “genocidio”, ignorando che il termine stesso di “genocidio” fu coniato dal giurista ebreo – polacco Raphael Lemkin in chiaro riferimento al crimine commesso contro gli armeni da parte dell’allora governo turco. 

A meno di un anno dal centenario del genocidio armeno la Turchia sta predisponendo enormi somme di denaro per contrastare lo “tsunami” che la travolgerà. Chissà se parte di quel denaro sarà investito anche in italia? 

Noi sicuramente vigileremo.

Di seguito il testo della replica dell’Ambasciatore armeno e la risposta di Sergio Romano. Cds 08.05.2014

MASSACRI DEL POPOLO ARMENO LE RESPONSABILITÀ TURCHE OGGI

Replica dell’Ambasciatore

Nella sua rubrica del 1° maggio lei ascrive alla Armenia posizioni agli antipodi rispetto alla realtà documentata. Il mio non è un j’accuse all’onestà intellettuale dell’autore, né alla sua buona fede. D’altronde il Corriere è stato testimone eloquente del genocidio armeno. Sui protocolli armeno-turchi, la visita in Armenia del presidente turco Gul, del 6 settembre 2008 e non del 2007, fu iniziativa armena. Dopo un anno di mediazione elvetica, il 10 ottobre 2009, e non 2008, a Zurigo furono firmati due protocolli sull’istituzione di rapporti diplomatici e la normalizzazione dei rapporti bilaterali, inclusa l’apertura da parte turca del confine con l’Armenia. Presenti i ministri degli esteri francese, statunitense, russo, svizzero e l’Alto rappresentante Ue che chiesero alle parti (e tuttora chiedono alla Turchia) di ratificare i due protocolli senza precondizioni e in tempi ragionevoli. L’11 ottobre 2009, Erdogan precondizionò la ratifica dei protocolli a una soluzione pro-azera del conflitto del Nagorno- Karabach. Fu l’inizio del siluramento dei protocolli firmati il giorno prima. Contrariamente a quanto sostenuto da lei , i protocolli di Zurigo, i cui testi sono pubblici, non legavano la normalizzazione dei rapporti armeno turchi ai negoziati per il Nagorno-Karabach, ancora in corso sotto l’egida Osce. Invece, le dichiarazioni di Erdogan del 23 aprile scorso ai discendenti degli armeni sono state sorprendenti, anzi di un cinismo sorprendente. Erdogan ha parlato delle sofferenze di tutti i sudditi ottomani, mettendo sullo stesso piano vittime e carnefici. Fino a quando il premier turco definirà il genocidio armeno come un mero incidente della Prima guerra mondiale, con i bonari commenti di alcune voci della stampa internazionale, riuscirà nella sofisticazione del negazionismo di Stato turco. Io non reputo la sua dichiarazione del 23 aprile nient’altro che questo. Altri reputano le dichiarazioni di Erdogan troppo poco e troppo tardi. Bene, il 29 aprile Erdogan ha cinicamente chiesto: se ci fosse stato un genocidio, ci sarebbero ancora degli armeni in questo Paese (Turchia)? Che dire allora degli ebrei in Germania o dei tutsi in Ruanda? Dove lei ritiene non promettente la richiesta del presidente armeno alla Turchia di riconoscere il genocidio e liberarsi dal fardello della Storia, vorrei ricordare che tutti gli armeni attendono questo atto da 99 anni, ora insieme alla società civile turca e a quella parte di comunità internazionale che con atti di verità e libertà hanno riconosciuto il genocidio e invitato la Turchia a seguirli.

Sargis Ghazaryan, Ambasciatore Repubblica d’Armenia in Italia

Risposta negazionista si Sergio Romano

Caro Ambasciatore,
Il nodo della questione resta quindi, per l’Armenia, il riconoscimento del genocidio. Spero che non le spiaccia se la definizione è sempre parsa a me e a altri osservatori o studiosi (fra cui il noto storico anglo- americano Bernard Lewis) storicamente scorretta. È genocida la politica di un governo che si propone la totale eliminazione di un gruppo etnicoreligioso, come accadde per le comunità ebraiche durante il regime nazista. Ma nel caso degli armeni la situazione mi sembra diversa per almeno due ragioni.
In primo luogo la spietata repressione del 1915 colpì gli armeni della Turchia orientale, ma non fu estesa con le stesse modalità alle comunità di Istanbul e Smirne. In secondo luogo, la definizione non tiene conto del momento storico. La guerra era scoppiata da pochi mesi, l’esercito turco si era duramente scontrato con quello russo a Tabriz. Vi erano formazioni armene fra le forze zariste e gli insorti armeni, dopo essersi impadroniti della città di Van, ne avevano proclamato l’autonomia. Non è sorprendente, in tali circostanze, che gli armeni apparissero a Mosca come una pericolosa quinta colonna del nemico.
È molto probabile che al vertice del nazionalismo turco vi fosse il desiderio di cogliere l’occasione per liquidare la questione armena una volta per tutte; e i massacri durante la lunga marcia della morte verso Aleppo sono una delle pagine più sanguinose della storia ottomana. Ma non mi sembra che questo basti per definirli un genocidio e per attribuirne implicitamente la responsabilità morale dei turchi di oggi.

La Turchia continua nella Politica di aggressione contro gli armeni in Siria. FERMIAMOLA!

Con il pretesto della guerra civile in Siria il governo turco (peraltro alle prese con gli scandali ed una crisi politica senza precedenti) prosegue, ora come cento anni fa, la politica di aggressione contro le locali comunità armene.

E’ notizia di questi giorni attacchi e bombardamenti turchi nei confronti della cittadina armena di Kessab (Siria nord orientale) che si trova prossima al confine con la Turchia stessa nella zona del Mussa Dagh, il massiccio reso celebre dal capolavoro letterario di Franz Werfel. Gruppi paramilitari turchi hanno attaccato la zona popolata quasi esclusivamente dai discendenti di quegli armeni che sfuggirono all’orrore del genocidio del 1915.

Un sacerdote armeno, parroco in Kessab, attraverso la sua pagina Facebook ha postato oggi la notizia che due giorni fa, alle 6 del mattino, la città è stata bombardata da parte di gruppi paramilitari turchi e la popolazione del paese (1500 anime) è fuggita verso Latakia (a circa 60 km da Kessab). Mentre scriviamo Kessab è nelle mani delle milizie turche.

A quasi un secolo di distanza i turchi non perdono il vizio di considerare gli armeni il loro nemico principale e non hanno alcuna remora ad attaccare i pacifici residenti di questi villaggi di confine.

Le comunità armene di tutto il mondo si stanno muovendo per denunciare questa ennesima aggressione che risulta essere oltretutto alquanto pericolosa alla luce della grave situazione siriana.

L’abbattimento dell’aereo siriano avvenuto oggi  può essere collegato a queste azioni turche di aggressione dal momento che, stando a fonti ufficiali, il velivolo dell’aviazione siriana si sarebbe spinto fino alla zona prossima al confine con la Turchia proprio per cercare di contrastare le attività paramilitari turche di infiltrazione nel territorio della Siria.

Il Consiglio per la comunità armena di Roma nell’esprimere la sua enorme preoccupazione per l’accaduto, vuole unirsi agli armeni di altri paesi denunciando con fermezza la politica turca di aggressione e chiedendo anche alla stampa italiana di dare risalto a quanto sta accadendo nella regione, al fine di scongiurare lo sterminio dell’inerme popolazione armena della zona

Si allega a riguardo anche l’appello della “Kessab Educational Association of Los Angeles” rivolta al Segretario Generale dell’ONU.

Consiglio per la comunità armena di Roma

ALLEGATI:

APPELLO AL SEGRETARIO GENERALE DELL’ONU, BAN KI-MON

March 22, 2014

Mr. Ban Ki-Moon,

Secretary General of the United Nations

UN Headquarters

New York, NY 10017

Dear Mr. Secretary General:

The Kessab Educational Association of Los Angeles is seeking United Nations immediate intervention in Syria to protect the Christian Armenian minority living in their ancestral homeland in Kessab, Syria.

At the present time, there is a battle in northwestern Syria, at the border of Turkey. The ancient Christian-Armenian town of Kessab and its surrounding villages (population of 3,500) came under attack on Friday, March 21, as sniper gunfire and bombs from the hilltops surrounding Kessab hailed down on Kessab and its environs, damaging buildings, destroying streets and shattering windows. The Kessab Armenians were forced to flee from their ancestral homes and lands in the morning hours of March 21 and sought refuge in the nearby port city of Lattakia.

We are told from eyewitnesses in northern Syria that Turkey gave right of passage through their mountainous border with Syria to rebel forces that are battling the Syrian government troops. We also were told by eyewitnesses that external Turkish border troops have joined in the attack against the Syrian army.

Christian Armenians have lived peacefully in the northern Syrian region of Kessab for over four centuries, creating a beautiful agricultural eden in the foothills of the mountains that divide Syria and Turkey. During and after the Genocide of Armenians by the Turks in 1915, Syria took in tens of thousands of Armenian refugees, and Armenians have been law-abiding and productive citizens in Syria with no incident until today. It is a tragedy to see Armenians victimized yet again because of the indiscriminate violence and humanitarian calamity in Syria.

Various relief organizations in Lattakia are assisting the Armenians of Kessab, providing those with no family or friends in Lattakia with shelter and food at the Armenian Church and school facilities and Greek Orthodox Church. Many of the refugees were forced to flee with nothing more than their night clothes, unable to take with them official identification papers such as passports.

The principles of international humanitarian law require that all parties to the conflict, including opposition forces, promote conditions that would allow civilian populations to remain in their homes. All parties to an armed conflict must refrain from deliberate and indiscriminate attacks or strikes against civilians, should protect all civilians living in areas under their authority, including members of religious minorities, and facilitate the delivery of humanitarian assistance to them.

International humanitarian law also prescribes that all sides to an armed conflict have a responsibility not to intentionally attack, seize or cause damage to religious buildings, institutions or cultural property that are not being used for military purposes.

In the spirit of peace, international humanitarian law and respect for human rights, including those of religious minorities, we respectfully request:

  • That the United Nations call for the immediate cessation of the bombardment of the Kessab region and the indiscriminate attack on its peaceful civilian population by rebels and Turkish border troops, which is in blatant violation of international human rights and humanitarian law;
  • That the United Nations and its affiliated agencies intervene or otherwise ensure the physical safety and legal protection of the Kessab Armenians and of all Armenians and other religious minorities in Syria caught in the crossfire of this humanitarian calamity;
  • That the United Nations provide humanitarian assistance to the displaced persons of Kessab and its surrounding villages (Karadouran, Sev Aghpiur, Baghjaghas, Eckez-Oloukh, Eskiuran, Dooz Aghach, and Chinarjek) who have been forcibly displaced from their ancestral homes, lands and livelihoods as a result of these bombardments and armed attacks;
  • That the United Nations assist in the peaceful return and resettlement of Kessab Armenians to their ancestral homes, lands and livelihoods.

Respectfully,

Board of Directors

Kessab Educational Association of Los Angeles

Esther Tognozzi, chairperson

Vartan Poladian

Haig Chelebian

Anahit Yaralian

Hrach Marjanian

Soghomon Poladian

Krikor Terterian