Alla Casa Diocesana Agorà di Monaco un incontro con Élise Boghossian e Tigrane Yégavian (Montecarlonews 20.11.23)

Dallo scorso settembre migliaia di armeni del Nagorno-Karabakh sono stati gettati sulle strade e costretti militarmente dall’Azerbaigian a lasciare il loro territorio. Iniziato durante la dissoluzione dell’URSS, il conflitto del Nagorno-Karabakh è uno dei più antichi conflitti post-sovietici, con sfide etniche e territoriali, tra l’Armenia e l’Azerbaigian, indipendenti nel 1991, a proposito della regione dell’Alto-KarabakhKarabakh, abitata principalmente da armeni.

Per evocare questa tragedia, la diocesi riceve due relatori, intenditori di questa difficile questione:

Élise Boghossian è la fondatrice dell’organizzazione non governativa EliseCare, creata nel 2012 e riconosciuta di pubblica utilità nel 2015. Dopo una formazione in neuroscienze all’Università Pierre e Marie Curie (Parigi 6), segue un doppio corso e si forma nella medicina tradizionale cinese in Cina.Nel 2015, ha pubblicato un libro alle edizioni Robert Laffont intitolato Al regno della speranza, non c’è inverno, che racconta il suo impegno e la sua filosofia. Con EliseCare è presente direttamente sul campo nel Nagorno-Karabakh.

Tigrane Yégavian si è laureato presso l’Istituto di Studi Politici (IEP) di Parigi e l’Istituto di Lingue e Civiltà Orientali (INALCO), ha conseguito un Master in Ricerca in Politica Comparata, specialità Mondo Musulmano e un Dottorato in Storia Contemporanea. Arabizzante, ha soggiornato a lungo in Siria, Libano e Turchia. Il suo percorso lo ha portato a specializzarsi sui cristiani orientali e le loro diaspore. È membro del comitato di redazione della rivista di geopolitica Conflitti e interviene in numerosi media.

Giovedì 30 novembre 2023/ Agorà – Casa diocesana

19h – 20h: conferenza

20h – 20h30: scambio con il pubblico

Ingresso libero – prenotazioni obbligatorie (comunicazione@diocese.mc)

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“L’altra guerra”, il Nagorno Karabakh (Il Mondo 20.11.23)

La storia di un conflitto mai sopito che si è “risolto” con la cancellazione dell’enclave armena in territorio azero e senza mai raggiungere la pace

Verrebbe quasi da consigliare agli armeni di scrivere un libro, intitolarlo Spare, e tentare così di abbandonare il ruolo del “minore” per avere quel risalto, storicamente, sempre negato. La storia del secondogenito di Re Carlo non è certo paragonabile a quella degli armeni del Nagorno Karabakh, ma che questi abbiano sofferto di una sorta di sindrome da “messa in ombra” agli occhi del mondo, ricostruendone i processi storici che li hanno coinvolti, sembra innegabile. La riprova arriva nel 2023 quando, nonostante la guerra in Ucraina, il mondo si concentra su quanto accade nell’enclave armena in territorio azero, è il 19 settembre, ma il 7 ottobre l’attenzione si sposta sul Medio Oriente a causa dell’attacco di Hamas a Israele che dà il via a un nuovo vortice di violenze nella Striscia di Gaza.

Per ricostruire la storia del Nagorno Karabakh, però, è utile tornare al 1917. A seguito della Rivoluzione russa il territorio viene inglobato dalla Federazione Transcaucasica che, nel giro di poco, si suddivide in Armenia, Azerbaigian e Georgia. È l’Azerbaigian a rivendicare la sovranità sulla provincia e, nonostante la Repubblica dell’Armenia montanara sia contraria, nel 1919 il controllo del territorio viene riconosciuto al governo azero dalle potenze alleate; lo status viene poi ufficialmente determinato durante la Conferenza di pace di Parigi, decisione vista dall’Azerbaigian come riconoscimento delle proprie rivendicazioni ma criticata duramente dall’Armenia. Importante ricordare che in quegli anni la popolazione della regione è armena per il 95%.

È il 1920 e la Transcaucasia viene conquistata dalla Russia che prima promette di assegnare il Karabakh all’Armenia, ma poi – al fine di ottenere favori dalla neonata Turchia – decide di assegnare la provincia (insieme a quella di Nakhchivan) al filoturco Azerbaigian, riservando invece all’Armenia lo Zangezur. Nasce a questo punto l’Oblast Autonoma del Nagorno Karabakh (parte della Repubblica Socialista Sovietica Azera): è il 1923 e il territorio inizia a godere di una sostanziale autonomia politica. Una stagione destinata a non durare a lungo.

Ancora prima dello scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991, infatti, le rivendicazioni riemergono con forza. Nuovi moti esplodono nel 1988 quando il Nagorno Karabakh chiede l’annessione all’Armenia; gli scontri provocano due vittime azere, in risposta avviene un vero e proprio “pogrom”, una violenta sollevazione popolare contro la minoranza armena, e in tre giorni, secondo le fonti governative, muoiono 26 armeni e 6 azeri (anche se alcune informazioni del Congresso americano parlano di centinaia di vittime).
Il massacro, avvenuto a Sumgait, è il prologo di quanto avviene nelle settimane a seguire in altre città, come Spitak e Ghugark, e provoca un esodo di popolazione sia armena sia azera che per sfuggire alle violenze cerca di fare ritorno in patria. Nel 1989 le violenze raggiungono picchi mai visti e l’Unione Sovietica decide in prima battuta di aumentare i poteri alle autorità azere con l’obiettivo di controllare la regione, ma una sessione unita del Soviet Supremo armeno e del Consiglio Nazionale del Nagorno Karabakh proclama l’unificazione con l’Armenia; in tutta risposta a Baku nel gennaio del 1990 si svolge una nuova azione di violenza indiscriminata verso la popolazione armena da parte degli azeri. Alla violenza si risponde con altra violenza, con Mosca che inverte la rotta e appoggia la parte armena inviando truppe a sopprimere il Partito del Fronte Popolare dell’Azerbaigian provocando l’uccisione di 122 rivoltosi azeri mentre il segretario del Soviet Supremo, Michail Gorbačëv, accusa il Fronte Popolare di voler instaurare una repubblica islamica in Azerbaigian. Alla fine delle ostilità a uscirne vincitrici sono le forze armene che riescono non solo a espellere l’esercito azero dalla regione ma anche a occupare parzialmente 7 distretti azeri limitrofi al Nagorno Karabakh, incluso il corridoio di Lachin che unisce la regione all’Armenia.

L’anno seguente l’Azerbaigian lascia l’Unione Sovietica per dar vita alla Repubblica; pochi giorni dopo il Soviet del Nagorno Karabakh vota per la costituzione di una entità statale autonoma. La battaglia diplomatica continua e dopo alcuni mesi l’Azerbaigian vota per l’abolizione dello statuto autonomo del Karabakh. Interviene però la Corte Costituzionale sovietica che respinge la decisione, dichiarando che la questione non è più materia sulla quale l’Azerbaigian ha potere di legiferare.

È il 10 dicembre 1991 quando il Nagorno Karabakh approva il referendum confermativo, seguono le elezioni politiche e, il 6 gennaio 1992, viene proclamata ufficialmente la Repubblica. Il 31 gennaio iniziano i bombardamenti azeri sulla regione: si apre così la Prima guerra del Nagorno Karabakh che finirà solo nel 1994, con l’accordo di cessate il fuoco firmato a Biškek il 5 maggio.

Alla fine del conflitto, dopo circa 30 mila morti, il Nagorno Karabakh si consolida come repubblica de facto (non riconosciuta dalla comunità internazionale). A causa della guerra l’intera popolazione azera dell’Armenia e del Nagorno Karabakh, oltre che dei distretti caduti sotto il controllo armeno, fugge in Azerbaigian, centinaia di civili azeri vengono massacrati il 26 febbraio 1992 a Khojaly da parte dell’esercito armeno e di un reggimento russo. Da parte azera il malcontento permane e Baku lamenta la perdita del proprio territorio chiedendo la rivendicazione del principio di integrità territoriale, mentre gli armeni rivendicano il principio di autodeterminazione dei popoli.

Nel 2002 ha avvio il Processo di Praga, una serie di incontri tra leader dell’Armenia e dell’Azerbaigian sotto la Presidenza del Gruppo di Minsk dell’OSCE – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa – che ha come obiettivo la stipula di un accordo di cessazione del conflitto armato e la promozione del processo di pace. Il gruppo, che vede alla co-presidenza Francia, Russia e Stati Uniti, ha al suo interno esponenti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia, e sperimenta un nuovo metodo di contrattazione che non prevede “nessun programma, nessun impegno, nessun negoziato, ma una discussione libera, su qualsiasi questione proposta dall’Armenia, dall’Azerbaigian o dai copresidenti”, ma lo stallo non viene superato. Si giunge poi alla dichiarazione di Madrid del 2007 e a quella di Meiendorf dell’anno seguente, accordi sottoscritti da Armenia e Azerbaigian, ma senza la partecipazione delle autorità della Repubblica separatista. Il primo atto ufficiale scritto dopo la fine della Prima guerra del Nagorno Karabakh è proprio quello russo, ma una pace vera e consolidata non viene raggiunta e la situazione viene definita di “conflitto congelato”, anche se il sangue continua a scorrere, dato che periodicamente viene aperto il fuoco sul confine e soldati, di entrambe le parti, continuano a morire. Nell’aprile 2016 avviene una nuova escalation azera, detta “guerra dei quattro giorni” che altro non sembra essere che una prova generale della guerra del 2020; in questa occasione viene raggiunto un accordo di cessate fuoco con la mediazione della Russia e l’appoggio degli Stati Uniti.

Nel 2017 la Repubblica del Nagorno Karabakh approva una nuova Costituzione e cambia nome in Repubblica di Artsakh (anche se entrambi i nomi restano ufficiali). Dal 1994, alla fine del primo conflitto, truppe armene e azere sono rimaste a presidiare la linea di contatto dell’Artsakh – il confine creato dall’accordo di Biškek – e proprio lungo questa linea il 27 settembre 2020 ha inizio la Seconda guerra del Nagorno Karabakh. A dare il via allo scontro sono le forze di Baku che lanciano diversi attacchi missilistici e aerei – le autorità azere parlano di controffensiva di un attacco armeno, ma l’ingente dispiego di uomini e mezzi sembra dare la riprova che si trattasse di un attacco premeditato e pianificato, non una semplice rappresaglia – e dichiarano la riconquista, smentita dalle autorità del Nagorno Karabakh, di diverse zone contese. Si susseguono attacchi e tregue che riescono a durare solo poche ore; ad avere la meglio sono le truppe azere che avanzano verso il confine con l’Armenia, ma a destare la massima preoccupazione è la presa della città di Hadrut, che dimostra l’intenzione azera di conquistare non solo i distretti al di fuori dell’Oblast originaria, ma anche del territorio storicamente appartenente alla Repubblica separatista.

La guerra continua fino al 9 novembre, nelle ultime settimane i colpi inflitti dalle truppe di Baku sono sempre più forti, anche grazie all’utilizzo di droni turchi e israeliani; dall’inizio di novembre i civili fuggono in massa dalla Repubblica di Artsakh a causa del timore che cada anche la capitale, Stepanakert. Durante il conflitto muoiono circa 7 mila persone.

L’accordo di tregua, siglato dal presidente azero İlham Aliyev, dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan e dal presidente russo Vladimir Putin, prevede che 1.960 peacekeeper russi siano posti nella regione per almeno cinque anni in modo da proteggere il corridoio tra il Nagorno Karabakh e l’Armenia e che siano le forze turche, come deciso da Baku, a provvedere alla pace per la parte azera. Per l’Azerbaigian, che ottiene il ritiro delle forze armene dai territori occupati, la “dichiarazione costituisce la capitolazione dell’Armenia. Questa affermazione pone fine all’occupazione di anni”, come sostiene il presidente Aliyev, mentre a Yerevan si scatena il malcontento della popolazione armena.

L’accordo, però, lascia aperte diverse questioni: prima su tutte non viene menzionato lo status futuro del Nagorno Karabakh, ma anche la posizione russa diventa cruciale. Oltre al dislocamento di una forza di pace nella regione, il Cremlino deve risolvere la questione della demarcazione di una nuova frontiera tra Armenia e Azerbaigian – impresa ardua giacché ai tempi dell’Unione Sovietica non esistevano confini chiari – ma è presente anche una nuova questione. Con l’invasione russa in atto in Ucraina – che aggrava ulteriormente il grado di instabilità della regione caucasica – viene meno il ruolo da mediatore di Mosca e a seguito delle sanzioni imposte dalla comunità internazionale alla Russia l’Azerbaigian si trova a essere un Paese essenziale sia per il transito delle esportazioni energetiche russe sia come fonte di materie prime per gli Stati europei.

Consapevole di poter contare su una posizione privilegiata, Baku attacca nuovamente il confine con l’Armenia occupando alcune zone strategiche tra il 12 e il 14 settembre 2022. Nel dicembre 2022 alcuni sedicenti attivisti ambientalisti azeri si impegnano a bloccare il passaggio di mezzi e persone nel corridoio di Lachin (che l’Azerbaigian nel trattato di pace del 2020 si era impegnato a tenere aperto), ad aprile l’esercito prende il posto degli attivisti e istituisce un checkpoint; con la chiusura dell’unico collegamento con l’Armenia vivere in Nagorno Karabakh è sempre più difficile, con le forniture di medicinali e alimentari sempre più scarse e continue mancanze di gas ed elettricità. A fronte di tale situazione il premier armeno Nikol Pashinyan spiega non si possa parlare “di una preparazione al genocidio, ma di un processo di genocidio in corso” e a causa della mancata protezione russa davanti all’attacco azero l’Armenia inizia a smarcarsi dal Cremlino tanto da cercare di riallacciare i rapporti con la Turchia (i due Paesi non hanno rapporti diplomatici dal 1993, nonostante fossero già complicati prima, a causa del genocidio armeno avvenuto durante la Prima Guerra Mondiale), storica alleata azera.

Si arriva così ai fatti più recenti, l’attacco azero al Nagorno Karabakh del 19 settembre 2023. A giustificare i bombardamenti Baku parla di “attività antiterroristiche nel Nagorno Karabakh” per “ripristinare l’ordine costituzionale” nella regione, dato che secondo Baku lo scoppio di una mina anticarro posta dagli armeni ha provocato la morte di quattro militari e due civili azeri. Il giorno seguente, con la mediazione dei peacekeeper russi, si giunge a un accordo per il cessate il fuoco.

Ormai completamente incrinate le relazioni tra Armenia e Russia (che era stata avvertita preventivamente dell’attacco), i media russi attribuiscono la responsabilità all’Armenia e l’ex presidente Dmitrij Medvedev individua Pashinyan come responsabile, a causa della sua decisione di far allontanare il Paese dall’orbita russa (“reo” inoltre di esercitazioni militari al fianco degli Stati Uniti).

Dal Nagorno Karabakh vengono denunciate violazioni del cessate il fuoco, mentre un esodo di massa coinvolge i civili della Repubblica dell’Artsakh e li costringe a fare ritorno in Armenia – più dell’80% degli abitanti armeni della Repubblica, oltre 100mila persone, ha lasciato la regione – e la Corte penale internazionale parla espressamente del pericolo di un nuovo genocidio e di pulizia etnica. Il 28 settembre viene siglato un accordo che impone la fine dell’esistenza della Repubblica dell’Artsakh dal primo gennaio 2024. A seguito della firma il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha definito quella del Nagorno Karabakh una questione interna azera, a dimostrazione del disinteresse russo. Il 18 ottobre successivo il premier armeno alla sessione plenaria del Parlamento europeo ha attaccato apertamente Mosca, accusandola di inazione.

Finisce così, dunque, la storia del Nagorno Karabakh, protagonista dell’“altro” conflitto che sembra destare scarsa preoccupazione in Occidente, nonostante l’importanza della regione caucasica – confinante con la Turchia a Ovest, con la Russia a Nord, con l’Asia a Est e con il Medio Oriente a Sud – e dei due oleodotti e due gasdotti che passano proprio nel territorio del Nagorno Karabakh. In tutta la storia della Repubblica separatista non è mai stato firmato un accordo di pace – di cui adesso si fanno i primi accenni -, una pace che ad oggi sembra impossibile da raggiungere perché troppo dipendente dalle logiche di Paesi più forti del Nagorno Karabakh, destinato a rimanere il “minore”, Spare.

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Una sofferta riconciliazione nel Caucaso? Gli ultimi sviluppi tra Armenia e Azerbaigian (Il Caffe Geopolitico 20.11.23)

In breve

  • Il 19 settembre l’offensiva militare azera ha di fatto messo fine all’esistenza del Nagorno-Karabakh come entità indipendente. Lo spazio delle trattative mira a ricongiungere i rapporti nella regione.
  • Fino ad ora i negoziati hanno seguito due strade parallele: una incoraggiata dall’UE e una sostenuta dalle potenze regionali.
  • Nonostante vari dissapori, i due Paesi sembrano essere giunti all’intesa su tre principi fondamentali che potrebbero contribuire ad accelerare il processo di pace.

Prima di iniziare…

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In 3 sorsi– A poco più di un mese dalla capitolazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh, Armenia e Azerbaigian sembrano vicini a un accordo di pace. Il Primo Ministro armeno Pashinyan ha di recente enunciato i tre punti fondamentali che potrebbero contribuire a una normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi.

 

1. L’OFFENSIVA AZERA E LA FINE DEL NAGORNO-KARABAKH

Il 19 settembre l’esercito azero ha lanciato un’offensiva militare contro la regione separatista del Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno), aprendo una nuova fase di ostilità nel Caucaso meridionale. L’attacco militare ha portato in sole 24 ore alla resa della Repubblica autonoma, che con l’accordo di cessate il fuoco del 20 settembre non ha potuto fare altro che riconoscere la fine dell’esistenza del Nagorno-Karabakh come entità indipendente de facto e la dissoluzione di ogni istituzione a partire dal 1° gennaio 2024. Terminata la fase militare del conflitto ora bisogna delineare le dinamiche che investiranno questa regione nel prossimo futuro e le condizioni che intendono fissare le parti per cercare di ricostituire un clima di stabilità.

Fig. 1 – Il Presidente azero Ilham Aliyev assiste alla parata per il Giorno della Vittoria nel centro di Stepanakert/Khankendi in Nagorno-Karabakh, 8 novembre 2023

2. IL NODO DELLA MEDIAZIONE

Finora si sono seguiti due percorsi principali di negoziazione, uno facente capo all’Europa e agli USA, e uno mediato dalla Russia. Mentre l’Armenia predilige una mediazione occidentale e vorrebbe allontanarsi sempre di più dallo storico alleato russo, la Repubblica di Azerbaigian intende risolvere la questione rimanendo nell’ambito regionale, affidando la mediazione alla Russia, alla Turchia, all’Iran o alla Georgia.
Un appuntamento importante era previsto per il 5 ottobre al vertice della Comunità politica europea a Granada, dove avrebbero dovuto incontrarsi il Presidente dell’Azerbaigian Aliyev e il Primo Ministro armeno Pashinyan alla presenza di mediatori europei, ma Aliyev si è tirato indietro a causa della presenza della Francia, fornitrice di armi difensive all’Armenia, e per il dissenso provocato dall’esclusione della Turchia dal tavolo negoziale. Pochi giorni dopo, il 10 ottobre, Pashinyan ha deciso di disertare il vertice del Consiglio dei leader della Comunità degli Stati Indipendenti a Bishkek, capitale del Kirghizistan, riunione alla quale ha presenziato anche il Presidente Putin. Nonostante questi dissapori i colloqui sono proseguiti: il 23 ottobre i Ministri degli Esteri di Iran, Russia, Turchia, Armenia e Azerbaigian si sono incontrati a Teheran nel vertice 3+3 (3+2 a causa dell’assenza della Georgia) per esaminare gli ultimi sviluppi nel Caucaso meridionale e incoraggiare l’intrapresa di un percorso di pacificazione in ambito regionale.

Fig. 2 – Il premier armeno Nikol Pashinyan durante il vertice della Comunità politica europea a Granada, 5 ottobre 2023. Insieme a lui il Cancelliere tedesco Scholz, il Presidente del Consiglio europeo Michel e il Presidente francese Macron

3. I TRE PUNTI CENTRALI DEL FUTURO ACCORDO DI PACE

Il 26 ottobre a Tbilisi, capitale della Georgia, si è tenuto il Forum economico sulla Via della Seta. Durante l’evento il Primo Ministro armeno Pashinyan ha annunciato che la conclusione di un accordo di pace con l’Azerbaigian è imminente e ha espresso i tre principi fondamentali su cui le parti avrebbero trovato un  compromesso. Tali principi sono: il riconoscimento dell’integrità territoriale dei due Paesi, la delimitazione dei confini sulla base della dichiarazione di Alma Ata del 1991 (che ha decretato la fine dell’URSS e la sovranità dei confini delle 12 Repubbliche firmatarie) e l’enunciazione di un progetto infrastrutturale ad ampio respiro denominato “Crocevia della pace”, le cui ambizioni sono state spiegate dallo stesso Pashinyan: “tutti i Paesi utilizzano le rispettive infrastrutture secondo il principio di uguaglianza e reciprocità. Sulla base di questi principi, la disponibilità dell’Armenia ad aprire, riaprire, ricostruire, costruire tutte le comunicazioni regionali”. Il disegno di una “Crocevia della pace” porterebbe l’Armenia ad aprirsi ai propri vicini tramite un potenziamento significativo dei collegamenti infrastrutturali tra i Paesi della regione.
“La proposta dell’Azerbaigian riguardo all’accordo di pace è valida ancora oggi. Pertanto, i prossimi passi dovrebbero essere compiuti principalmente dall’Armenia. Finora la maggior parte dei punti dell’accordo di pace sono stati concordati tra le parti”: queste le parole del Vice Ministro degli Affari Esteri dell’Azerbaigian all’indomani delle dichiarazioni di Pashinyan, aggiungendo anche che una sovranità piena e riconosciuta dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh contribuirà alla conclusione di un accordo di pace.
È importante ribadire quanto tutto possa essere ancora suscettibile di ulteriori sviluppi e che nulla è definitivo. In tal senso il discorso intriso di retorica nazionalistica del Presidente Aliyev, pronunciato in occasione del Giorno della Vittoria l’8 novembre, non appare molto conciliante. Discorso al quale si aggiungono le ultime dichiarazioni del Ministro degli Esteri azero, in cui accusa Yerevan di minacciare il percorso di pace, continuando a fornire sostegno militare alle forze separatiste e mantenendosi in territori reclamati da Baku. Gli ultimi eventi ci mostrano quindi come una piena normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi sia ancora difficile, ma passi avanti, seppur modesti, si stanno compiendo verso questa direzione. Tuttavia, la ferita di una comunità millenaria ormai scomparsa rimarrà sempre aperta e lascia un doloroso precedente nella memoria storica di questo territorio.

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I “grandi” della terra, quando discutono su guerra e pace, dovrebbero ascoltare i bambini (Korazym 20.11.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 20.11.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi, 20 novembre 2023 è la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. «Grishka sta facendo i compiti. “Mi manca moltissimo la mia strada e la mia casa a Stepanakert. Spero che un giorno tornerò lì”, conclude il suo saggio. Grishka ha lasciato la sua casa e la sua strada a settembre. Attualmente frequenta la scuola ad Abovyan, in Armenia» (Marut Vanyan – Foto di copertina).

Proseguiamo in fondo a questo articolo con il fact checking in riferimento alla fake news della “sinagoga di Yerevan data alle fiamme”, di cui abbiamo riferito il 17 novembre [QUI] e il 19 novembre [QUI].

Abbiamo trovato questo video senza commento su YouTube, in un account apparentemente creato ad hoc [QUI]. Ci chiediamo, come si può conciliare questi propositi con la dichiarata volontà di creare fiducia tra Armeni e Azeri, se delle menti azeri contemplano di sostituire a Stepanakert il monumento “Noi siamo le nostre montagne” (simbolo di pace) con il monumento “Pugno di ferro” (simbolo di guerra). Gli Armeni dell’Artsakh sono stati sfollati con la forza dalle loro case e dalle loro terre, e con questo la pulizia etnica pianificata da Aliyev ormai è compiuta, ma perché voler sfollare questa coppia anziana di una nonna e un nonno, quando sono lì dagli anni ’60?

Per saperne di più:

  1. Gli Azeri come gli Armeni sono vittime del “pugno di ferro” del regime autocratico e corrotto dell’Assurdistan – 2 novembre 2023 [QUI]
  2. A Stepanakert etnicamente pulita, l’Azerbajgian ha eretto a un monumento “Pugno di Ferro” prima di una programmata parata militare con Aliyev – 31 ottobre 2023 [QUI]
  3. Մենք ենք մեր սարերը. Noi siamo le nostre montagne. Il messaggio del simbolo del popolo armeno dell’Artsakh – 17 ottobre 2023 [QUI]

Nel terzo articolo avevamo scritto: «Adesso, che Stepanakert è nel potere autocratico di Ilham Aliyev, si teme per le sorti del monumentale simbolo dell’Artsakh, perché la disgustosa autocrazia dell’Azerbajgian ha dichiarato di aver l’intenzione di distruggere Noi siamo le nostre montagne, sempre nel nome della “reintegrazione dei cittadini di etnia armena della regione economica del Karabakh in Azerbajgian”».

Il regime autocratico di Ilham Aliyev continua la sua vendetta contro gli Armeni dell’Artsakh sulla base di varie false accuse. Il cittadino dell’Artsakh, Rashid Beglaryan, era stato sequestrato e detenuto dopo essersi perso vicino ad Aghavno, occupata il 1° agosto 2023, mentre stava assistendo alla consegna degli aiuti umanitari da parte di Spayka. Beglaryan era stato sfollato con la forza da Shushi durante la guerra dei 44 giorni del 2020. Successivamente si stabilì nel villaggio Hin Shen vicino a Shushi. È stato riferito che Rashid Beglaryan è accusato sulla base di cinque articoli del codice penali, per aver partecipato al “genocidio di Khojaly”. I fonti mediatiche azeri riferiscono che Rashid Beglaryan è stato interrogato e costretto ad ammettere falsamente la sua colpevolezza. Di seguito riportiamo nella nostra traduzione italiana quanto riportato dal sito Calibro, vicino al Ministero della Difesa dell’Azerbajgian:
«Durante l’interrogatorio del DTX [il Servizio di Sicurezza dell’Azerbajgian], l’accusato Rashid Beglaryan ha ammesso la sua partecipazione al genocidio di Khojaly e ha affermato che il 25 febbraio 1992 le forze armate armene e i gruppi armati armeni illegali che operavano sotto il loro comando hanno effettuato un attacco a Khojaly. In conformità con l’attacco pianificato, ai civili Azeri sopravvissuti sono state fatte false promesse che sarebbero stati in grado di attraversare in sicurezza la regione di Askeran. Formazioni armene hanno teso un’imboscata ad almeno 200 civili, per lo più donne, bambini e anziani, che si muovevano lungo la costa del fiume Gargar verso la regione di Aghdam, e li hanno uccisi con armi automatiche nell’area della fortezza di Askeran. Dopo che gli effetti personali delle vittime furono saccheggiati dai membri del gruppo criminale, i loro corpi furono sepolti nelle vicinanze della fortezza di Askeran. Durante la verifica delle testimonianze sul posto, Rashid Beglaryan ha fornito informazioni dettagliate sui luoghi in cui sono stati commessi atti criminali contro la popolazione civile».

L’Armenia e l’Unione Europea hanno firmato un accordo sullo status della Missione dell’Unione Europea in Armenia

Pochi giorni dopo che il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea ha approvato l’espansione della Missione dell’Unione Europea in Armenia (EUMA), il Viceministro degli Esteri armeno, Paruyr Hovhannisyan, e il Capo della Delegazione dell’Unione Europea in Armenia, l’Ambasciatore Vassilis Maragos, hanno firmato un accordo al Ministero degli Esteri armeno sullo status dell’EUMA, riguardante la regolamentazione dei privilegi e dei diritti della Missione.

«Siamo pronti ad andare avanti e a rafforzare ulteriormente la presenza della Missione nel Paese, per contribuire alla stabilità e al monitoraggio sul lato armeno del confine e per vedere cosa sta succedendo», ha dichiarato Maragos.

Hovhannisyan a sua volta ha spiegato che l’accordo sullo status riguarda la creazione di condizioni agevolate per gli osservatori, che vanno dall’assistenza sanitaria alle questioni tecniche. «È simile all’autorità che i diplomatici hanno in ogni Paese», ha detto il Viceministro degli Esteri armeno.

L’Unione Europea condivide la visione del Primo Ministro armeno di un Caucaso meridionale aperto

Il Rappresentante speciale per il Caucaso meridionale e la crisi in Georgia dell’Unione Europea, Toivo Klaar, ha espresso sostegno al progetto “Crocevie di Pace” del governo armeno e ha sottolineato che è abbastanza logico che ogni strada, ogni ferrovia che attraversa il territorio armeno sia controllata dall’Armenia., senza alcuna extraterritorialità riguardo ai collegamenti.

In un’intervista con il corrispondente da Brussel di Armenpress [QUI], che riportiamo di seguito nella nostra traduzione italiana dall’inglese. Ha parlato anche del possibile trattato di pace tra Armenia e Azerbajgian e della garanzia del diritto al ritorno degli Armeni del Nagorno-Karabakh.

A differenza dell’Azerbajgian, che parla costantemente del cosiddetto Corridoio di Zangezur nell’ambito dello sblocco delle comunicazioni regionali, implicando ovviamente l’idea di avere un corridoio extraterritoriale attraverso il territorio sovrano dell’Armenia, il governo armeno propone il progetto “Crocevie di Pace”, che implica lo sblocco delle comunicazioni regionali basate sulla giurisdizione e la sovranità dei Paesi e come risultato della sua attuazione la regione può diventare un importante snodo logistico e commerciale internazionale e anche una sorta di garanzia per la pace.

Come interpreterebbe questa iniziativa del governo armeno e quali opportunità vede qui? Ritiene possibile la realizzazione di questo progetto, tenendo conto della posizione distruttiva dell’Azerbajgian in materia di sblocco delle comunicazioni?
Innanzitutto, penso che, qualche mese fa [nel maggio 2023], a Mosca, il presidente Aliyev abbia detto molto chiaramente pubblicamente in televisione, in un incontro avuto con il Primo Ministro Pashinyan alla presenza del Presidente Putin, che nominandolo un “corridoio” non implica extraterritorialità. Il Presidente Aliyev ha affermato – anche in altre occasioni in contesti più piccoli – che ciò non implica extraterritorialità. Sì, chiamandolo corridoio, come sapete, diciamo corridoi di trasporto in riferimento ai diversi corridoi che abbiamo in Europa e non implichiamo mai extraterritorialità.
Quindi, ovviamente, dal nostro punto di vista, è abbastanza logico che qualsiasi strada, qualsiasi ferrovia che attraversi il territorio armeno sia controllata dall’Armenia, o qualsiasi strada o ferrovia che attraversi il territorio azerbajgiano o attraversi, non so, il territorio tedesco , è controllato dal Paese in questione. Quindi, questa è assolutamente l’unica disposizione logica.
E ciò che è anche molto legittimo è, ad esempio, in questo caso l’Azerbajgian, voler avere la garanzia che i cittadini Azeri e le merci che attraversano il territorio armeno saranno sicuri e protetti. Ciò è perfettamente logico e normale. Ma il modo in cui ciò verrà garantito è responsabilità delle autorità armene. Penso che la visione del Primo Ministro Pashinyan di collegamenti stradali e ferroviari che uniscono i Paesi sia qualcosa che condividiamo assolutamente.
Condividiamo assolutamente la visione di un Caucaso meridionale aperto, in cui i collegamenti ferroviari e stradali siano aperti e i Paesi siano ricollegati come lo erano alla fine del periodo sovietico e ancora di più, perché anche i collegamenti stradali e ferroviari verso la Turchia, e naturalmente anche l’Iran, come già avviene, ma anche la Turchia, dovrebbe essere aperto.
Questo è il modo in cui vediamo il futuro, assolutamente, la nostra visione di un Caucaso meridionale in pace è quella in cui tutti i collegamenti di trasporto sono di nuovo aperti e ci sono scambi commerciali, ci sono persone che viaggiano attraverso le varie frontiere.

Dato che lei ha menzionato la richiesta del Presidente dell’Azerbajgian secondo cui i cittadini Azeri dovrebbero attraversare questo corridoio in modo molto sicuro, qui voglio porre una domanda che riguarda i residenti Armeni del Nagorno-Karabakh che sono stati sfollati con la forza. Qual è la sua opinione riguardo al diritto di queste persone di tornare indietro e anche di assicurarsi che non lo dimenticheremo e passeremo ad altre questioni tra qualche mese?
Ma il corridoio Lachin è stato bloccato e gli Armeni non hanno avuto la possibilità di attraversarlo in sicurezza, molti di loro vengono arrestati e accusati. E le forze azere non garantivano alcun tipo di sicurezza a questi Armeni. Quindi, l’Azerbajgian sta chiedendo cose che non ha fatto altrettanto bene. Allora qual è la sua opinione al riguardo, soprattutto riguardo al diritto al ritorno degli Armeni del Nagorno-Karabakh?

Penso che lei stia introducendo molte questioni diverse, ma mi concentrerei sulla questione centrale della possibilità di ritorno degli ex residenti del Nagorno-Karabakh. Crediamo assolutamente che questa sia una cosa molto importante, che innanzitutto venga garantito loro il diritto al ritorno. E in secondo luogo, che si creino condizioni tali da fornire loro sufficiente sicurezza e un senso di sicurezza tale da spingerli a farlo.
E lo abbiamo detto molto chiaramente, dal punto di vista dell’Unione Europea, che tutte le persone sfollate dovrebbero poter tornare nei loro precedenti luoghi di residenza se lo desiderano, in tutta sicurezza.
E, in questo senso, questo è qualcosa per cui abbiamo insistito, in tutti i tipi di forum diversi. Riteniamo che si tratti di una questione molto importante che deve essere affrontata.
Ma ovviamente nessuno può essere costretto a tornare se non lo desidera. Ma se lo sono, dovrebbe essere fatto il massimo sforzo per fornire loro il tipo di condizioni che consentano ad almeno un buon numero di loro di decidere di tornare.

Dato che ha parlato di pace nella regione… L’Azerbajgian continua la sua retorica espansionistica e vuole raggiungere un accordo di pace solo nel quadro che gli conviene. Come immagina il trattato di pace tra Armenia e Azerbajgian? Quali punti dovrebbero essere inclusi in esso affinché possa essere definito giusto ed equilibrato e sostenibile?
Dal mio punto di vista, penso che sia importante che, da un lato, ci sia un trattato, che ci sia un testo, che può essere molto esaustivo o meno nella sua formulazione. Tutto dipende da come Armenia e Azerbajgian alla fine decideranno come inquadrare, come esprimere le cose nel testo del trattato. Importante almeno quanto l’eventuale trattato di pace, è ciò che lei definisce l’attuazione, le condizioni che verranno dopo.
E lì ovviamente abbiamo parlato dell’apertura delle comunicazioni, abbiamo parlato della delimitazione del confine, anche per me ciò che è molto importante è garantire il tipo di condizioni lungo il confine, il che significa che ci sia un distanziamento delle forze, nasce un genuino senso di sicurezza, che viene fornito ai residenti lungo il confine, ma anche più in generale. E poi, ovviamente, ci sono tutte queste questioni come, ad esempio, l’apertura delle ambasciate, la garanzia dell’apertura di collegamenti aerei diretti, la possibilità per le persone di viaggiare avanti e indietro. Naturalmente anche la retorica sarà una cosa importante per tutti gli interessati.
Dopo più di 30 anni di conflitto, non si tratta solo della retorica utilizzata dall’Azerbajgian, ma anche dall’Armenia. Ci sono state dichiarazioni di attori diversi e in contesti diversi. L’intero contesto deve cambiare per dare davvero alle popolazioni dell’Armenia e dell’Azerbajgian la sensazione che, davvero, ora ci troviamo in un mondo diverso, in una situazione in cui il Caucaso meridionale può davvero svolgere il suo ruolo di crocevia, crocevia di pace nelle direzioni nord-sud ed est-ovest.
E quindi, questo è per me importante almeno quanto la firma di un testo di trattato di pace, che, come ho detto, è importante, ma ciò che segue è almeno altrettanto importante, in modo che ci sia questo reale senso di cambiamento nelle circostanze.

L’Unione Europea vuole essere il mediatore che farà da intermediario in questo Trattato di pace. Ma all’ultimo momento la parte azera ha rifiutato prima l’incontro di Granada e poi l’incontro previsto a fine novembre a Brussel. Come interpreta questi rifiuti di Aliyev? In che misura l’Unione Europea considera costruttive le iniziative dell’Azerbajgian?
Prima di tutto, l’Unione Europea non deve necessariamente essere da nessuna parte in questo contesto. Abbiamo offerto, e il Presidente Michel in particolare ha offerto, i suoi buoni uffici. Per noi l’interesse primario è avere effettivamente un accordo tra Armenia e Azerbajgian. E per noi il luogo in cui verrà firmato è molto meno importante del fatto che ci sia una reale normalizzazione tra Armenia e Azerbajgian.
Quindi, questa è una cosa. Per quanto riguarda la decisione del Presidente Aliyev di non venire a Grenada, siamo rimasti delusi, abbiamo pensato che fosse una possibilità importante e un forum molto importante per inviare messaggi forti. Siamo fermi, il Presidente Michel è ancora, pronti e disposti a organizzare un incontro dei leader a Brussel il prima possibile. Ebbene, le date sono certamente importanti.
Ma la cosa più importante è andare effettivamente avanti ed è su questo che ci concentriamo, cercare di incoraggiare il progresso verso una vera normalizzazione delle relazioni.

Molti esperti politici pensano che l’Azerbajgian non sia veramente interessato alla piattaforma europea e che il formato 3+3 sia più vantaggioso per Aliyev. Qual è la tua valutazione di questo approccio?
Non ho un’opinione particolare, dal nostro punto di vista consideriamo l’incontro “3+3”, sia quello recente che quelli precedenti, come qualcosa in cui i Paesi della regione hanno certamente questioni che, come vicini, vogliono discutere e dovrebbero poter discutere in una sorta di contesto regionale.
Allo stesso tempo, capisco anche che, almeno inizialmente, si era inteso che soprattutto il conflitto, l’accordo di pace, la soluzione, non dovessero davvero essere oggetto di discussione in quella particolare forma.
Quindi, ancora una volta, per noi la cosa più importante è il progresso, il luogo in cui tale progresso avviene è molto meno importante. Ma crediamo che in realtà, a nostro avviso, non vi sia alcun motivo reale per cui non si possano realizzare seri progressi nel processo di risoluzione, perché, per noi, le questioni sul tavolo sono pochissime e crediamo che queste siano state discusse molte volte finito, quindi non vediamo davvero una ragione per cui non potremmo muoverci e perché Azerbajgian e Armenia non potrebbero procedere molto rapidamente verso la normalizzazione delle relazioni.

L’Azerbajgian critica il riarmo dell’Armenia, che dispone di un budget militare tre volte più alto e che le spedizioni di armi non cessano di atterrare all’aeroporto di Baku. Come interpreti questa retorica dell’Azerbajgian?
Ebbene, penso che ogni Paese abbia il diritto di difendersi e di acquistare le armi necessarie che ritiene necessarie per la difesa del proprio territorio. Questa è la mia semplice risposta. La maggior parte dei Paesi del mondo acquista armi dall’estero allo scopo di difendere il proprio territorio. Quindi, in questo senso, non c’è nulla di spettacolare o di sbagliato in questo.

Il Ministero degli Esteri dell’Azerbajgian ha criticato la dichiarazione del Signor Borrell durante la conferenza stampa e ha affermato che “I tentativi dell’Unione Europea di fornire armi all’Armenia e quindi sostenere la sua insidiosa politica di militarizzazione che mina la pace e la stabilità nella nostra regione, incoraggiano una politica che porta a nuovi scontri in regione, che attribuisce una responsabilità all’Unione Europea. I piani per l’utilizzo del Fondo europeo per la pace, che, tra le altre cose, implica lo sviluppo di capacità militari, servono ad esacerbare le tensioni nella regione”. In effetti, l’Azerbajgian minaccia non solo l’Armenia ma anche l’Unione Europea. Qual è la tua opinione al riguardo?
Ebbene, penso che accogliamo con grande favore l’interesse del governo armeno ad espandere le sue relazioni con l’Unione Europea. Per quanto riguarda l’interesse dell’Armenia per il Fondo europeo per la pace, dal nostro punto di vista si tratta di sostenere potenzialmente l’Armenia in alcune aree in cui si considera vulnerabile – la sicurezza informatica è stata menzionata tra queste – e anche in questo caso, se va avanti (questo è ancora in fase di pianificazione), non riteniamo che ciò sia rivolto contro qualcuno ma piuttosto allo scopo di rafforzare la sovranità dell’Armenia, il che, credo, è nell’interesse di tutti, non solo dell’Armenia, ma anche di I vicini dell’Armenia e della più ampia comunità internazionale.
Vogliamo avere un’Armenia forte e sicura di sé che sia un buon partner per l’Unione europea e sia allo stesso tempo un buon partner per i suoi vicini, compreso l’Azerbajgian.

Fact checking
La fake news della “sinagoga di Yerevan data alle fiamme”

Proseguiamo con il fact checking in riferimento alla fake news della “sinagoga di Yerevan data alle fiamme”, di cui abbiamo riferito il 17 novembre [QUI] e il 19 novembre [QUI].

«Mercoledì notte, l’unica sinagoga dell’Armenia, che serve la piccola popolazione ebraica nella capitale Yerevan, è stata data alle fiamme» (Movimento di Lotta contro l’Antisemitismo).

Il Manifesto ha scritto il 17 novembre 2023 [QUI]: «Erevan, bruciata la sinagoga. L’unica sinagoga di Erevan, la capitale armena, è stata data alle fiamme ieri da anonimi appartenenti all’”Esercito segreto per la liberazione dell’Armenia”. Il gruppo, che accusa lo stato ebraico di “fornire armi al regime criminale di Aliyev (Presidente dell’Azerbajgian, nemico dell’Armenia nella contesa per il territorio del Nagorno-Karabakh, ndr)”, ha anche minacciato le comunità ebraiche di Stati Uniti ed Europa: “Se continueranno a sostenere Baku, continueremo a bruciare le loro sinagoghe in altri Paesi”».

Pare che sia il Movimento di Lotta contro l’Antisemitismo, sia Il Manifesto (e altri come loro), non hanno mai sentito parlare di fact-checking. Se avessero preso la briga di fare una ricerca – non diciamo neanche più approfondita, ma solo veloce – invece di attaccare senza basi il popolo armeno, avrebbero saputo che:

  • il 15 novembre è stato appiccato il fuoco al garage vicino alla sinagoga, al marciapiede davanti alla sinagoga e alla porta della sinagoga;
  • la sinagoga di Yerevan non è “stato dato alle fiamme”, perché l’incendio è stato domato immediatamente e nessun danno è stato inflitto alla sinagoga;
  • è stata avviata direttamente un’indagine penale. Il Comitato Investigativo dell’Armenia ha comunicato ufficialmente che il tentato incendio è stato compiuto da uno straniero non residente in Armenia, che era arrivato da e tornato a Mosca dopo una permanenza di 8 ore in Armenia con lo scopo di eseguire l’operazione;
  • si è trattata di un’operazione false flag era dannatamente ovvio, visto che i primi a condividere ampiamente il video che proveniva da chi aveva acceso il fuoco, con relative accuse e senza la verifica dei fatti, sono stati i social media azeri e prima ancora che le autorità armene sapessero cosa fosse successo, in Azerbajgian la notizia era in prima pagina;
  • il 15 novembre, l’Ambasciatore dell’Azerbajgian in Germania, Nasimi Aghayev, era il primo pubblicato un post su Twitter con il video, in cui affermava: «La notte scorsa è stata bruciata una sinagoga a Yerevan, in Armenia, l’unica sinagoga del paese. L’aumento allarmante dell’antisemitismo in Armenia rende la sua piccola comunità ebraica piuttosto vulnerabile. Secondo lo studio dell’Anti Defamation League, l’Armenia è il secondo paese più antisemita d’Europa»;
  • su Telegram un gruppo ha rivendicato l’attentato, con una narrazione incentrata sull’Occidente, curata e squilibrata (è stato usato il nome di un’organizzazione terroristica che oggi non esiste più, ma che viene spesso utilizzata da Turchi e Azeri per screditare gli Armeni). Come motivo dei loro due attacchi alla sinagoga di Yerevan, questo gruppo (non più esistente) cita gli attacchi degli estremisti Israeliani contro la Comunità armena in Israele, la presa forzata di parti del quartiere armeno e la vendita di armi Israeliane all’Azerbaigian. Questa organizzazione di cui viene usato il nome fu attiva tra il 1975 e il 1987, con l’obiettivo di “costringere il governo turco a riconoscere pubblicamente la propria responsabilità per il genocidio armeno del 1915, pagare le riparazioni e cedere il territorio per una patria armena”, ha sostenuto che “il governo provvisorio dell’Armenia […] per ingraziarsi gli americani e l’ebraismo mondiale, ha stabilito forti posti di sicurezza davanti al Centro Chabad”, intendendo: guardie di sicurezza, auto della polizia e telecamere di sorveglianza, ma anche quello non poteva non fermarli;
  • la Comunità ebraica in Armenia si è detta scioccata: il Presidente Rima Varzhapetyan-Feller ha dichiarato che “non hanno mai avuto problemi in Armenia” e “non sapevano cosa fosse successo e i canali azeri stavano già diffondendo le immagini dell’edificio. (…) Ci sono alcune forze che non lavorano contro noi Ebrei, ma contro l’Armenia. Questo è scandaloso“;
  • il Centro Comunitario Judaico Chabad di Yerevan ha dichiarato che non vuole che questo incidente venga travisato, che “non possa confermare alcun antisemitismo in corso in Armenia” e che considerano l’Armenia “uno dei luoghi più sicuri per gli Ebrei nel mondo in questi tempi difficili”.
  • anche altri membri della Comunità ebraica in Armenia la pensano allo stesso modo, come il giornalista ebreo di Yerevan, Dor Shabashewitz, e il blogger ucraino-israeliano Alexander Lapshin.

Dor Shabashewitz, che abbiamo già citato in precedenza, ha osservato: «Vorrei che le organizzazioni internazionali facessero qualche ricerca e parlassero con gli Ebrei Armeni prima di giungere a conclusioni affrettate.
1. La sinagoga non è stata danneggiata dal tentato incendio doloso.
2. L’incendiario era uno straniero non residente.
3. Mi sento sicuro e benvenuto qui, così come la maggior parte degli altri ebrei che conosco.
Funzionari armeni e organizzazioni ebraiche concordano che l’attacco è stato molto probabilmente orchestrato dall’estero appositamente per sporcare la reputazione dell’Armenia.
Se non volete credermi sulla parola, contattate il Rabbino [Capo di Armenia Gershon Meir] Burshtein o i leader laiche della comunità ebraica, [il Presidente della Comunità ebraica in Armenia] Rima Varzhapetyan[-Feller] e Nathaniel Trubkin».

A chi ha commentato «wow, è come “parliamo con gli Ebrei Iraniani, ci spiegheranno che l’Iran è un Paese pacifico”», Dor Shabashewitz ha risposto: «Questa è una falsa analogia. A differenza dell’Iran, l’Armenia è una democrazia; permette ai cittadini Israeliani come me di visitare e vivere; non considera Israele il suo acerrimo nemico e non deve investire nella propaganda anti-israeliana».

Speriamo che nel caso sia del Movimento di Lotta contro l’Antisemitismo, sia de Il Manifesto, si è trattata “solo” di superficialità (anche se grave in sé) e non di collaborazione per diffondere disinformazione e fake news sul libro paga dell’Azerbajgian e della Russia. Comunque di un vergognoso comportamento armenofobico al massimo, con un’inquadratura giornalistica e un affidamento su un giornalismo pigro, non faranno altro che infiammare le tensioni tra gli Ebrei e gli Armeni. La Russia e altri Paesi vogliono fare di tutto per peggiorare le cose per Ebrei e Armeni. Invece, organizzazioni internazionali e media devono lavorare insieme per combattere gli attacchi di disinformazione in questo momento estremamente instabile.

In ogni caso, questa propaganda violenta contro il popolo armeno è categoricamente sbagliata. Anche se fosse stato un cittadino armeno l’autore dell’aggressione (che non lo era nemmeno, secondo li informazioni raccolte dalla polizia armena), la colpa di un solo individuo non può ricadere su un intero popolo, che peraltro non dimostra sentimenti di antisemitismo.

Come abbiamo riferito, l’informazione fornita dalla polizia armena è stata confermata anche dai rappresentanti della comunità ebraica armena. Inoltre, Dor Shabashewitz ha sottolineato: «Il blogger Russo-Israeliano, Alexander Lapshin, il 17 ottobre ha parla del recente attacco all’unica sinagoga di Yerevan in un video. Anche lui pensa che sia stato compiuto da agenti Azeri nel tentativo di sporcare la reputazione dell’Armenia. Ho aggiunto i sottotitoli in inglese al suo video».

Quindi la vera domanda è: sapendo tutto questo, perché sono state diffuse informazioni false? Questo attacco alla sinagoga di Yerevan è chiaramente farina dal sacco della macchina di propaganda e disinformazione dell’Azerbajgian, che cerca costantemente di far apparire gli Armeni come antisemiti.

Viene spontaneo a chiedere, per chi vuole essere onesto, come può un fuoco all’esterno, provocato da un visitatore in Armenia, essere paragonato alla “Notte dei cristalli” della Germania nazista (nella storiografia tedesca, i Novemberpogrome o la Reichskristallnacht fu l’ondata dei pogrom antisemiti divampati su scala nazionale nella Germania nazista tra il 9 e il 10 novembre 1938). Gli Armeni non hanno fatto del male agli Ebrei, anzi, è successo al contrario, con Israele che fornito per quattro anni aiuti all’Azerbajgian per completare la pulizia etnica in Artsakh e continua a fornirli per la preparazione alla prossima aggressione contro l’Armenia. Va aggiunto anche il rifiuto di Israele di riconoscere il genocidio armeno. E nonostante tutto questo, in Armenia non si è visto sorgere un sentimento anti-ebraico, anti-israeliano o antisemita. L’antisemitismo e l’intolleranza non hanno posto in Armenia, dove puoi vedere la sinagoga costruita dagli Armeni e uno dei cimiteri ebraici più antichi del mondo La diffamazione degli Armeni e del loro Paese, paragonandoli agli nazi e al loro Paese nazista è falso, vergognoso e dannoso.

Questo attacco alla sinagoga di Yerevan è stato anche un tentativo di distogliere l’attenzione dai sentimenti anti-armeni, dagli attacchi e umiliazioni di cui sono vittima gli Armeni nel loro quartiere a Gerusalemme da parti di coloni Ebrei, mentre nessuno parla di armenofobia in Israele, e dalla confisca delle terre da parte degli Ebrei nel quartiere armeno di Gerusalemme e dagli sentimenti anti-armeni a Gerusalemme.

Chi attacca una sinagoga per decisioni politiche di un governo, deve essere completamente squilibrato. Chiunque sia, è da considerare nemico del popolo armeno e va assicurato alla giustizia. Gli Armeni sono abituato a essere diffamati semplicemente perché esistono. Questi atti sono proiettati su tutti gli Armeni da parte di Turchi, Azeri e persino Russi. Chi ritiene che i due attacchi in breve tempo alla sinagoga di Yerevan incidenti possano essere considerati una scusa per l’armenofobia, deve ripensarci. Le azioni di pochi non rappresentano un’intera nazione. È molto tristo dover costatare che l’antisemitismo venga utilizzato come strumento politico e la comunità ebraica in Armenia come pedina in questo gioco. L’antisemitismo purtroppo esiste in ogni società e deve essere combattuto, non strumentalizzato.

In Armenia, gli attacchi contro gli Ebrei sono illegali, il che dice tutto, rispetto alla maggior parte dei Paesi musulmani. Ci auguriamo che il governo israeliano si renda conto che dovrebbe essere alleato del popolo armeno, non alleato di coloro che desiderano distruggere l’unico altro Paese non musulmano nel Caucaso. Armenia e Israele dovrebbero essere alleati naturali.

Contemporaneamente alla diffusione della fake news della “sinagoga di Yerevan data alle fiamme”, la macchina della propaganda del regime di Aliyev ha ripreso la campagna delle bugie e della disinformazione che accusa gli Armeni di aver distrutto le moschee in Artsakh e in Armenia, di cui abbiamo riferito esattamente un anno fa, il 16 novembre 2022 [QUI]: «I funzionari dell’agitprop (termine russo, da “agitazione e propaganda”) del dittatore azero accusano con bugie e diffondono disinformazione sugli Armeni che “dissacrano le moschee nell’Artsakh”. Quando il regime di Ilham Aliyev parla di “moschee distrutte in Artsakh”, cerca di mettere il mondo musulmano in rivolta contro gli Armeni. Ecco cosa c’è da sapere sulla questione.
L’Organizzazione per la lotta contro le accuse infondate degli Armeni (ASIMDER) di Iğdır in Turchia, in luglio 2010 ha inviato a Papa Benedetto XVI una lettera accusando gli Armeni di aver trasformato la Moschea del Venerdì di Aghdam in una stalla per mucche e un porcile. Ciononostante, gli Armeni hanno restaurato la moschea nel novembre 2010, anche se solo parzialmente. Come parte dell’accordo di cessate il fuoco trilaterale del 9 novembre 2020, che ha posto fine alla guerra dei 44 giorni nell’Artsakh, la città di Aghdam e il distretto circostante (che Azerbajgian considera territorio suo, insieme a tutto il resto del Nagorno-Karabakh e parte dell’Armenia, incluso la capitale armena Erevan) sono tornati sotto occupazione militare azera entro la data concordata del 20 novembre 2020».

In reazione alla fake news della “sinagoga di Yerevan data alle fiamme” si leggono sui social azeri post come questi, contenenti macroscopiche menzogne e bufale: «La mancanza di rispetto dell’Armenia non solo nei confronti dell’Ebraismo, ma anche dell’Islam e delle altre religioni è inaccettabile. A proposito, in Armenia non esiste una sola moschea, ma l’Azerbajgian è un paese multireligioso»; «Gli Armeni rispettano solo se stessi, durante l’occupazione l’Armenia ha trasformato le moschee azerbajgiane in porcili. È così brutto. Come può un essere umano farlo? Gli edifici sacri di Dio come le moschee e le sinagoghe vengono distrutti dagli Armeni».

Oggi, in diverse parti dell’Armenia si possono trovare rovine di 10 moschee con una storia tracciabile. Le rigide politiche antireligiose sovietiche e l’incuria delle autorità locali nei tempi dell’Unione Sovietica hanno portato alla demolizione di molti altri. Oggi in Armenia esiste una sola moschea operativa, la Moschea Blu. È una bellissima moschea sciita nel centro di Yerevan.

In generale, la storia delle moschee armene è complicata. Gli Armeni hanno attraversato secoli di invasioni, conflitti e cambiamenti geopolitici. Dall’introduzione dell’Islam nella regione nel VII secolo, l’architettura islamica nelle terre armene si è evoluta. Una varietà di stili ha ispirato questa architettura, comprese le influenze selgiuchidi e timuridi. Ad un certo punto l’Armenia è stato parte integrante del mondo musulmano sciita, nonostante gli Armeni fossero cristiani. In effetti, è quasi incredibile che gli Armeni siano rimasti Cristiani, nonostante questa storia.

Quindi, ci sono molti più esempi di architettura islamica sulle terre armene. Molti di questi siti antichi e storicamente significativi, tuttavia, furono distrutti durante le guerre russo-persiane del XIX secolo e le severe politiche laiche sovietiche del XX secolo. Questo è il motivo per cui in Armenia non sono rimaste molte moschee. La maggior parte delle moschee non esisteva più, quando l’Armenia riconquistò l’indipendenza dall’URSS e poté finalmente decidere le proprie politiche.

Dopotutto, la Moschea Blu è, in effetti, in così buone condizioni solo perché il governo iraniano mantiene rapporti di buon vicinato con quello armeno. E l’Iran ha finanziato interamente la ristrutturazione della moschea, che i sovietici trasformarono in un museo (cosa fece Atatürk con l’Haga Sofia che era stata trasformata in una moschea dai sultani, da Erdoğan nuovamente convertita in una moschea). E ora probabilmente la Moschea Blu a Yerevan non sarebbe una moschea operativa se non fosse stato per l’accordo tra i governi di Armenia e Iran.

In precedenza abbiamo già fatto fact checking sulle “moschee trasformate in stalle e porcili”. Dopo l’aggressione terroristica dell’Azerbajgian all’Artsakh il 19 e 20 settembre 2023, ha ripreso a girare nuovamente la foto del rudere di una moschea, usata come porcile. (A proposito, come abbiamo riferito, di moschee ridotte a ruderi e discariche se ne sono abbastanza in Azerbajgian, per non dover andare a cercare altrove.)

Secondo il quotidiano Tükiye del 3 ottobre 2023 [QUI], Il Ministero degli Interni dell’Azerbajgian ha riferito che la moschea nel villaggio di Malibeyli (Ajapnyak in armeno, un villaggio nel distretto di Stepanakert) «passato sotto il controllo dell’Azerbajgian dopo l’operazione antiterrorismo, è stata bruciata dagli Armeni nel 1992, il suo minareto è stato demolito e la parte rimanente è stata utilizzata come porcile durante l’occupazione. Dopo la guerra del Karabakh, si scoprì che molte moschee nella regione venivano utilizzate come stalle».

Presidente Ilham Aliyev: Recentemente è stato rivelato che la moschea di Malibeyli era stata utilizzata come stalla
Azertac, 10 ottobre 2023

Una delle conseguenze più gravi di 30 anni di occupazione per il popolo Azerbajgiano è stato il danno deliberato al nostro patrimonio culturale di importanza universale, compresi tutti i siti associati alla fede islamica. Sfortunatamente, durante questo periodo, 65 moschee su 67 furono rase al suolo e le restanti furono profanate ospitando animali. È stato recentemente rivelato che un’altra moschea – la Moschea di Malibeyli – è stata distrutta e utilizzata come stalla.
Secondo Azertac, il presidente Ilham Aliyev ne ha parlato nel suo messaggio ai partecipanti alla 27ª riunione del Consiglio dei Ministri dell’Organizzazione per la cooperazione economica a Shusha.
Tutto questo è un insulto ai sentimenti degli Azeri e dei Musulmani del mondo, ha aggiunto il Presidente.

Il blogger Tonyface aveva incluso la stessa foto della moschea usata come porcile – presentata da Tükiye il 3 ottobre 2023 come proveniente da Malibeyli – invece come proveniente da Aghdam (Akna), “la città fantasma”, in un post del 5 ottobre 2014 [QUI].

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A Gerusalemme scoppia la crisi tra cristiani armeni e coloni israeliani, proteste in corso per espropri nel Quartiere Armeno (Il Messaggero 19.11.23)

Forti tensioni tra cristiani e coloni israeliani a Gerusalemme. La guerra a Gaza è come se avesse fatto saltare un tappo. Il campanello d’allarme è costituito dalla situazione venutasi a creare nel quartiere armeno, all’interno della Città Vecchia, dove ogni centimetro quadrato di territorio è da sempre sottoposto a vincoli strettissimi e di fatto immodificabili. Tutto è iniziato sottotono lo scorso 4 novembre quando i residenti armeni hanno protestato pacificamente contro la costruzione illegale di non ben precisate strutture (destinate a essere probabilmente un hotel di lusso) all’interno del loro quartiere. La questione è degenerata quando si sono presentati dei coloni armati chiedendo l’intervento della polizia. A difesa degli armeni sono scesi in campo anche gli ortodossi, i cattolici, i copti e i protestanti con una nota congiunta di solidarietà, nella speranza di fare muro e impedire la distruzione o lo stravolgimento di un luogo secolare. Intanto i coloni israeliani con ruspe e scavatrici si sono piazzati dentro il secolare Giardino delle Mucche, un’area piuttosto vasta dentro al quartiere armeno, tra le tutele dell’Unesco.

Gerusalemme, statua di Gesù distrutta a martellate da un fanatico ebreo. La Chiesa: «Clima intollerante»

Il quartiere armeno, che rappresenta per estensione un sesto della città vecchia, è stato abitato da armeni fin dal IV secolo durante l’inizio dei pellegrinaggi cristiani a Gerusalemme. Preservare questo patrimonio per loro non è solo una questione di importanza locale ma assume una valenza globale.

Civiltà Cattolica: «Israele sta bombardando Hamas o il popolo palestinese?» sulla rivista dei gesuiti i dubbi della Chiesa

All’origine di questa crisi c’è un controverso accordo siglato anni fa dal Patriarca armeno, per il tramite di un prete traffichino che proprio per questo venne cacciato. Il contratto (si parlava di un affitto per 99 anni) fu impugnato e invalidato dal tribunale israeliano quest’estate, tuttavia l’imprenditore australiano di origine ebraica (che aveva firmato il contratto) assieme ad un gruppo di coloni israeliani (con i quali era in affari)  si sono presentati ugualmente con ruspe e altri macchinari chiedendo l’espulsione degli armeni dal Giardino delle Mucche. Il progetto dichiarato è di far sorgere in questo comprensorio un hotel di lusso che metterebbe non solo in pericolo diverse case armene, ma in prospettiva abolirebbe uno spazio di pertinenza cristiana ritenuto “vitale” dal patriarcato.

Israele, allarme delle Chiese a Gerusalemme: escalation di violenze contro i cristiani, fanatici ebrei aggrediscono vescovo al Getsemani

La presenza dei coloni armati nel quartiere armeno, ha intensificato le tensioni tra ebrei della destra estrema e i cristiani. Dall’anno scorso a quest’anno, prima che scoppiasse la guerra a Gaza, tutti i cristiani (cattolici, ortodossi, copti, armeni, protestanti) sono stati oggetto di continue e pesanti provocazioni, episodi aggressivi, profanazioni a chiese e danneggiamenti ad altri luoghi sacri. Statue di madonne fracassate a bastonate, sputi e offese a preti di passaggio, ostacoli vari e molestie continue.

Israele, luoghi di culto cattolici presi di mira da ebrei ultra-ortodossi, clima tesissimo persino sul Monte Carmelo ad Haifa

Con una nota congiunta i Patriarcati cristiani chiedono alle autorità di fare chiarezza e ripristinare l’armonia poiché questo contenzioso sta mettendo in pericolo la presenza fisica e spirituale del Patriarcato armeno e della Comunità armena di Gerusalemme. La polizia di Gerusalemme ha però chiesto agli armeni locali di lasciare l’area.

Il Primo Ministro armeno Pashinyan: non si firma un trattato tra Armenia e Azerbajgian a causa della sfiducia reciproca (Korazym 19.11.23)

Il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha spiegato perché l’Armenia non firma un trattato di pace con l’Azerbajgian, anche se, come ha detto in precedenza, i principi del trattato sono concordati. «In generale il motivo è la sfiducia tra le parti, perché ogni volta vediamo nelle dichiarazioni e in alcune azioni dell’Azerbajgian, e forse loro vedono nelle nostre, l’intenzione di abbandonare gli accordi e pianificare azioni aggressive, che ha un impatto negativo sul lavoro testuale del trattato di pace», ha detto Pashinyan.

Pashinyan ha affermato che restano da chiarire diverse altre questioni cruciali, una delle quali è lo sviluppo di un meccanismo per superare le possibili interpretazioni errate del contenuto del trattato di pace. «Purtroppo, la realtà è che a volte ogni frase può essere interpretata in modo diverso, quindi dobbiamo avere interpretazioni molto chiare su come superare questo problema in caso di interpretazioni divergenti. L’altra questione è la creazione di garanzie di sicurezza, in modo che non sia possibile alcuna escalation dopo la firma del trattato di pace», ha detto Pashinyan. Il Primo Ministro armeno ha aggiunto che il suo governo intende intensificare il lavoro diplomatico e politico per superare questi problemi.

Cos’è la pace vera, in mezzo a tutte queste guerre? Cosa vogliono dire i 2500 anni di storia armena dell’Artsakh per tutti noi? “L’Artsakh fu crocifisso come Cristo. Nulla succede per caso. Artsakh risorgerà come Cristo”.

Ricordiamo le informazioni aggiornate in riferimento alla conferenza organizzata dall’associazione “Germoglio” http://www.germoglio.ch/, dedicata all’Artsakh/Nagorno-Karabakh con video-testimonianze di persone sfollate, che si svolgerà giovedì 23 novembre 2023 alle ore 20.15 presso il Liceo diocesano in via Lucino 79 a Breganzona, Lugano, Svizzera.

Interverranno:
– Padre Derenik, l’ultimo uomo a lasciare l’Artsakh
– Renato Farina, giornalista ed ex-parlamentare
– Teresa Mkhitaryan, Presidente dell’Associazione “Il germoglio”.

Modera la Dott.ssa Ilda Soldini, Istituto di studi italiani dell’Università della Svizzera italiana

I posti sono limitati. Per la partecipazione inviare un messaggio a Teresa Mkhitaryan via email [QUI] o via SMS o WhatsApp al numero +41792007110.

«Credo fermamente che al mondo ci sono persone per le quali la giustizia è un valore intangibile; credo ci siano Cristiani che credono che con la grazia di Dio, ci sarà la vittoria. Perché il nostro Dio è un Dio vittorioso. La nostra unica speranza è nell’unità, quando siamo uniti, siamo invincibili. Quelle terre sono armene e devono tornare di nuovo ad essere armene. Cristo è Dio vittorioso e ha donato Amore al mondo e quindi amiamoci l’un l’altro. L’Amore vincerà il mondo. E noi Cristiani abbiamo avuto la grazia di ricevere l’Amore in questo mondo. Amiamoci, rispettiamoci e il mondo sarà più bello. E a quel punto noi non piangeremo più di dolore, avremo lacrime di gioia» (Padre Derenik).

Non c’è libertà senza giustizia. Non c’è giustizia senza libertà (Padre Derenik – Korazym.org, 6 novembre 2023 [QUI])

Parlando di fiducia: «Oggi ricorre il secondo mese dell’aggressione azera contro il popolo del Nagorno-Karabakh e la fase finale del genocidio. La comunità internazionale mantiene l’impunità dell’Azerbajgian e talvolta parla in modo ambiguo del diritto al ritorno trascurando le cause del genocidio e le garanzie future» (Artak Beglaryan).

Parlando di fiducia: «Possiedo dati attendibili secondo cui gli Azeri hanno danneggiato molte case e rubato veicoli della popolazione del Nagorno-Karabakh sfollata con la forza alla fine di settembre. Una missione internazionale di monitoraggio dei diritti umani ampia e a lungo termine è necessaria per prevenire ulteriori violazioni dei nostri diritti in quel Paese» (Artak Beglaryan).

Parlando di fiducia: è divertente che i propagandisti Azeri affermino che in Armenia non vive nessuno tranne gli Armeni. Nel centro di Yerevan quasi la metà di coloro che camminano per strada sono espatriati o stranieri. Secondo il capo del Sindacato dei Lavoratori dell’Armenia, Gagik Makaryan, circa 60.000 cittadini dell’India vivono e lavorano attualmente in Armenia. «Ogni giorno circa 100 Indiani arrivano in Armenia», ha detto.

«Daremo agli USA una lezione come abbiamo fatto con voi!»

Parlando di fiducia: questo post di “Azeri Power” è divertente davvero, come un classico esempio di propaganda menzognera azera: L’Azerbajgian sta perdendo il buon senso. Non hanno il coltello più affilato nel cassetto 😂. Idem per quanto dichiarato dall’assistente presidenziale Hikmat Hajiyev, il capo della macchina di propaganda menzognera azera, in un incontro con i giornalisti a Brussel. Secondo la sua logica, l’Armenia che si procura armamenti di difesa è un ostacolo per la pace, mentre l’Azerbajgian continua a fornirsi in modo massiccia di armamenti offensivi per la pace.
Il Ministro della Difesa dell’Azerbajgian, il Colonello Generale Zakir Hasanov, ha deciso di valutare la preparazione dell’esercito alla guerra, come riportato dalla TV statale azera. Evidentemente, l’Azerbajgian si sta preparando per un’altra escalation con l’Armenia, e – come al solito – non nasconde le sue intenzioni aggressive.
Intanto, un militare Armeno è stato ferito ieri, mentre le forze armate dell’Azerbajgian hanno aperto il fuoco su posizioni militari lungo il confine con il Nakhicevan, vicino ai villaggi di Paruyr Sevak-Haiderabad, nella provincia di Ararat ad un’ora di macchina da Yerevan, ha informato il Ministero della Difesa dell’Armenia. Si tratta del primo incidente del genere dall’occupazione azera della Repubblica di Artsakh due mesi fa.

Parlando di fiducia: «Non abbiamo rivendicazioni territoriali contro l’Armenia» (Comunità dell’Azerbajgian occidentale).

«L’Azerbajgian occidentale fa parte della nostra patria divisa. Ora si chiama Armenia. Ciò significa anche che in questo territorio non è mai esistito uno stato chiamato Armenia».

L’assistente presidenziale Hikmat Hajiyev dice che l’Azerbajgian vuole la pace e la normalizzazione delle relazioni con l’Armenia
di Colin Stevens
Eureporter, 17 novembre 2023

Hikmat Hajiyev, Assistente del Presidente dell’Azerbajgian per gli Affari di Politica Estera, questa settimana ha incontrato i giornalisti a Brussel per discutere delle relazioni con l’Armenia dopo la liberazione del Karabakh. L’Armenia occupa la regione dal 1991, dichiarando la Repubblica del Nagorno-Karabakh uno Stato de facto autonomo. Hajiyev ha dichiarato che il regime illegale armeno è disarmato e fuori dall’Azerbajgian. Ciò elimina gli ostacoli a un accordo di pace tra Armenia e Azerbajgian.
Crediamo che questa sia un’opportunità storica per porre fine all’antagonismo e all’ostilità tra due paesi e costruire una pace duratura basata sui cinque principi dell’Azerbajgian per l’Armenia. “Quindi penso che l’Azerbajgian abbia anche stabilito un modello di risoluzione di uno dei conflitti più prolungati sulla più ampia mappa dell’Eurasia”.
Il conflitto del Karabakh costituisce uno dei problemi dell’OSCE sin dalla sua fondazione, sebbene non sia stato risolto. Poiché il suo scopo era quello di mantenere l’occupazione dell’Azerbajgian da parte dell’Armenia, l’Istituto di co-Presidenza del Gruppo di Minsk fallì. Abbiamo posto fine all’occupazione e all’oppressione militare. Pertanto, l’Azerbajgian ora dà priorità alla pace e alla normalizzazione delle relazioni con l’Armenia. “Ma qualsiasi impegno di pace richiede due parti, e l’Armenia dovrebbe mostrare positività e buona volontà. Abbiamo presentato all’Armenia il quinto trattato di pace aggiornato, ma da quasi due mesi non ha reagito. Nuove realtà si sono evolute nella nostra regione. Legalità e legittimità sono alla base di queste nuove realtà”.
Poi ha parlato delle future relazioni dell’Azerbajgian con l’Armenia. “Vogliamo costruire una nuova architettura di sicurezza regionale basata sulla giustizia, riconoscendo l’integrità territoriale e la sovranità di ciascuno e ponendo fine a tutte le rivendicazioni territoriali. Incoraggiamo anche le relazioni Armenia-Azerbajgian. Penso che dovremmo raggiungere la pace. Penso che altri partner possano sostenere tale accordo”.
Ha detto: “In primo luogo, la pace e la sicurezza regionale non sono a Brussel, Parigi, Washington, Mosca o altrove. La pace è regionale”.
Durante la cosiddetta controversia congelata, alcuni nel Parlamento Europeo hanno avvertito l’azerbajgianofobia o l’islamofobia nei confronti dell’Azerbajgian.
“Anche questo non è molto utile per le ambizioni o gli interessi dell’Unione Europea nelle risorse regionali”, ha detto Hajiyev. Il Consiglio Europeo ha recentemente rilasciato una dichiarazione in cui critica l’Azerbajgian, cosa che riteniamo superflua. Le istituzioni europee non hanno mai trattato equamente l’Azerbajgian mentre il suo territorio era occupato. La mia domanda: perché? Per anni c’è stato un approccio nei confronti delle entità separatiste in Georgia, Moldavia e Ucraina, ma un altro approccio contro l’Azerbajgian”.
Ha aggiunto: “Alcuni paesi membri dell’Unione Europea, come la Francia, hanno avviato un programma di militarizzazione in Armenia. Non supportiamo la militarizzazione. Un programma di militarizzazione non è necessario per l’Armenia. La pace armena per i suoi vicini richiede un programma pacifico. Penso che i programmi di militarizzazione siano cattivi”.
Ha osservato che la Francia sta inviando all’Armenia mezzi missilistici. L’Armenia sta inoltre acquistando tre sistemi radar francesi e missili terra-aria a corto raggio “Mistral”.
“Abbiamo costantemente avvertito gli stati membri come la Francia di non sostenere il separatismo nel territorio dell’Azerbajgian. In secondo luogo, non promuovere il revanscismo armeno o i giochi geopolitici nella nostra regione. Sfortunatamente, questo è vero”.
Ha aggiunto: “Pensiamo che questa sia un’opportunità storica e uno slancio storico e che anche istituzioni europee adeguate dovrebbero essere parte della soluzione, non del problema, per portare avanti un’agenda pacifica nella regione della crisi sociale”.

La sospensione di fornitura di armi italiane a Israele è scattata il 7 ottobre scorso come da legge 9 luglio 1990, n. 185 (sospensione verso i Paesi in stato di conflitto armato). Perché non è scattata per l’Ucraina e per l’Azerbajgian?

Janusz Bugajski, un membro senior della Jamestown Foundation il 17 novembre 2023 ha pubblicato un articolo su Politico [QUI] dal titolo L’Azerbajgian può diventare un attore costruttivo nel Caucaso, in cui afferma che «gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Turchia devono guidare questo processo di mediazione, poiché trarrebbero benefici diretti da un accordo che potrebbe favorire i legami di sicurezza e l’interconnettività economica nella regione. Non tutte le guerre devono necessariamente finire con un disastro. In effetti, alcuni di essi possono creare le condizioni per una stabilità regionale più duratura. Dopo che l’Azerbajgian ha riconquistato i suoi territori occupati con un’offensiva militare lo scorso settembre, dopo tre decenni di conflitto armato con l’Armenia, il mondo si trova di fronte alla possibilità che il Paese diventi un attore costruttivo nel Caucaso meridionale. Tuttavia, per avere successo, tale trasformazione richiederebbe un coinvolgimento molto più coordinato da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea».
La Jamestown Foundation è nota per i suoi collegamenti equivoci con l’Azerbajgian. Fa parte di tutta la cerchia dei “ricercatori” che abbracciano l’Azerbajgian. Non si sa di Bugajski, ma generalmente un ricercatore della Jamestown Foundation che scrive su questo argomento fa suonare un campanello d’allarme.

In una conferenza stampa congiunta con il Cancelliere tedesco Olaf Scholz, il Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan ha detto: «Non abbiamo debiti con Israele. Chi ha debiti non può parlare liberamente! Non abbiamo vissuto la Shoah». Non avendo debiti verso Israele ha affermato: «Sparare agli ospedali o uccidere i bambini non esiste nella Torah». Per quanto i debiti verso i Cristiani (Armeni, Greci, Assiri), Musulmani e Aleviti (Curdi e Turchi), esiste nel Corano il genocidio contro questi gruppi? La Turchia, che è stata fondata sui genocidi, ha commesso crimini contro l’umanità e, prima o poi, ne pagherà i suoi debiti.

Riportiamo nella nostra traduzione italiana dall’inglese, i punti principali dall’articolo L’Armenia rivelata: una gemma nascosta che emerge come il prossimo hub tecnologico globale a firma di Brett Hershman pubblicato su Benzinga il 16 novembre 2023 [QUI]:

  • L’Armenia, un piccolo paese senza sbocco sul mare nel Caucaso meridionale, sta sfidando le aspettative diventando il più nuovo hub tecnologico del mondo.
  • Di fronte alle minacce alla sicurezza e alle risorse naturali limitate, l’Armenia sta sviluppando un ecosistema tecnologico per formare un nuovo paradigma per una cultura che è sopravvissuta a molte difficoltà.
  • Gli imprenditori armeni sono impegnati a risolvere i problemi tecnologici globali per un futuro più prospero e stabile.
  • La forte reputazione dell’Armenia nel campo della scienza e della matematica, un tempo riconosciuta come la Silicon Valley dell’Unione Sovietica, le dà l’opportunità di riconquistare il suo status di centro tecnologico regionale o potenzialmente internazionale.
  • In mezzo alle avversità, l’Armenia vanta una delle economie in più rapida crescita al mondo, con un’impressionante crescita del PIL del 12,6% nel 2022, la più alta dell’Europa orientale e dell’Asia centrale.
  • La diaspora armena, soprattutto negli Stati Uniti, gioca un ruolo chiave nel collegare il settore tecnologico armeno ai mercati globali. ServiceTitan, una società da 10 miliardi di dollari fondata da armeni americani e con sede a Glendale, è un ottimo esempio di come sfruttare queste connessioni della diaspora.
  • La presenza di giganti della tecnologia in Armenia come Adobe, Nvidia, Synopsys, VMWare, Siemens, Advanced Micro Devices (AMD) conferma ancora una volta che l’Armenia è nelle prime fasi di una rivoluzione tecnologica.

L’attacco alla Sinagoga di Yerevan

Il Comitato Investigativo della Repubblica di Armenia ha pubblicato un rapporto preliminare sull’attacco incendiario avvenuto nell’unica sinagoga armena, di cui abbiamo riferito [QUI]: «Il 15 novembre 2023 la polizia ha ricevuto una telefonata secondo cui verso le ore 06.00 un individuo sconosciuto ha causato danni materiali dando fuoco a le porte d’ingresso dell’edificio situato in via Nar-Dos 23 a Yerevan. Dagli elementi fattuali risulta che l’individuo responsabile dei suddetti atti non vive in Armenia e non è cittadino della Repubblica di Armenia. Secondo i dati ottenuti, l’individuo avrebbe lasciato il territorio della Repubblica di Armenia immediatamente dopo aver commesso il reato sopra menzionato. È stata ricevuta l’informazione che l’autore del reato ha registrato questi atti criminali su una videocamera. Dopo aver esaminato le riprese video e considerando altre circostanze di fatto, è stato accertato che l’individuo ha commesso un reato apparente consistente nella distruzione o nel danneggiamento di beni culturali con l’intento di incitare all’odio razziale, nazionale, etnico e religioso. Il filmato specificato è stato diffuso sui canali Telegram azeri, e lo stesso video è stato pubblicato anche sulla piattaforma di social media X. I materiali ricevuti sono stati inviati al dipartimento investigativo del Servizio di Sicurezza Nazionale dell’Armenia per ulteriori indagini».

Dei canali Telegram armeni riferiscono – non confermato ufficialmente – che il cittadino straniero, subito dopo il suo arrivo a Yerevan da Mosca, si è recato dall’aeroporto di Zvartnots alla sinagoga di Yerevan, dove ha tentato di bruciare le porte d’ingresso della sinagoga dopo di che è fuggìto immediatamente a Mosca. Il video è apparso per la prima volta sui canali dei social media azeri, lasciando intendere che l’attacco era stato pianificato.

Rispondendo alla domanda dei media, Ani Badalyan, Portavoce del Ministero degli Esteri dell’Armenia ha dichiarato: «Come abbiamo già sottolineato in precedenza, la Repubblica di Armenia ritiene inammissibile qualsiasi attacco contro qualsiasi istituzione religiosa e in particolare qualsiasi manifestazione di vandalismo, qualsiasi atto irrispettoso nei confronti della sinagoga di Yerevan. Tali casi di intolleranza o di incitamento alla stessa sono inaccettabili e le autorità competenti della Repubblica di Armenia hanno già avviato procedimenti penali. Rifiutiamo categoricamente qualsiasi manipolazione dell’incidente, dell’argomento, sia per scopi politici, propagandistici o di altro tipo. L’antisemitismo e l’intolleranza per motivi nazionali o religiosi non trovano posto in Armenia».

Foto di copertina: il progetto “Crocevie di Pace” della Repubblica di Armenia. Per i dettagli sul progetto [QUI].

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ICJ. L’AZERBAIGIAN DEVE CONSENTIRE AGLI ARMENI FUGGITI DAL NAGORNO-KARABAKH DI TORNARE ALLE LORO CASE (Notizie Geopolitiche 19.11.23)

L’ICJ (Corte di giustizia internazionale) delle Nazioni Unite con sede all’Aia ha stabilito che l’Azerbaigian deve consentire agli armeni fuggiti dal Nagorno-Karabakh durante la presa del controllo azero di tornare alle loro case, e che coloro che rimangono lì devono essere in una situazione di sicurezza.
L’Azerbaigian ha conquistato il Nagorno-Karabakh, dopo aver sconfitto i combattenti separatisti di etnia armena in una campagna lampo a settembre. L’offensiva ha scatenato un esodo di massa degli abitanti di etnia armena: la maggior parte dei 120mila armeni della regione sono fuggiti nella vicina Armenia.
Il Nagorno-Karabakh è riconosciuto a livello internazionale come territorio azero. L’Armenia aveva presentato una petizione all’ ICJ per le cosiddette “misure provvisorie” per costringere l’Azerbaigian a fermare qualsiasi azione mirata a sfollare i rimanenti armeni dal Nagorno-Karabak. La ICJ si pronuncia sulle controversie tra Stati, ma sebbene le sue decisioni siano giuridicamente vincolanti, non ha la capacità di farle rispettare.
Durante le udienze dello scorso 12 ottobre presso la Corte dell’Aia, gli armeni fuggiti dal Nagorno-Karabakh e gli azeri si sono scambiati accuse reciproche. La conquista da parte dell’Azerbaigian del Nagorno-Karabakh è stata preceduta da un assedio durato più di nove mesi che ha bloccato l’accesso ai beni essenziali per i residenti armeni.

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La storia di Giorgio e Armen Petrosyan, campioni di Kickboxing: “Le notti in strada a Milano: poi un sacerdote ci ha cambiato la vita” (Il Riformista 19.11.23)

Giorgio e Armen Petrosyan sono due campioni di Kickboxing, immigrati dall’Armenia oggi cittadini italiani. Giorgio combatte da sempre con la bandiera italiana, è considerato il più grande kick boxer di tutti i tempi. Oltre ad essere due atleti sono due imprenditori e vivono a Milano.

Come state?
Giorgio: «Bene, ci stiamo preparando per la terza edizione del Petrosyan Mania Gold Edition il 25 novembre a Milano».
Dove per la prima volta tu Giorgio sarai sotto il ring e Armen tu sfiderai il campione in carica Sanchez.
Armen: «Si e mi preparo da mesi».
Come?
Armen: «Con la disciplina. Due ore di allenamento la mattina, due il pomeriggio, dieta e niente uscite la sera».
Cosa pensate prima di salire sul ring?
Giorgio: «A vincere».
E quando non si vince?
Giorgio: «Meglio che non ci penso».

La sconfitta fa parte della vita dei campioni…
Armen: «Si certo, si dice ma poi non è così, la kickboxing non è come il calcio che dopo una partita ne hai un’altra, noi con un match ci giochiamo tutto, abbiamo solo quella possibilità e ci prepariamo per mesi per un titolo mondiale, possiamo solo salire sul ring, combattere bene e vincere».
Nel vostro team avete un mental coach?
Giorgio: «No, per la testa sei tu contro i tuoi demoni».
La vostra è una storia di rivalsa, siete immigrati dall’Armenia nel 1999 e tu Giorgio sei arrivato per primo con tuo papà e un fratello più grande, avevi 13 anni…
Giorgio: «Si siamo scappati dall’Armenia nascosti in un camion e non sapevamo dove saremmo arrivati, volevamo solo venire in Europa e dopo 15 giorni di viaggio siamo scesi a Milano, l’autista ci ha lasciati alla stazione centrale ed è tornato indietro. La stazione è diventata la nostra casa, abbiamo dormito per terra, al freddo, era inverno».
Per quanto tempo?
Giorgio: «Mesi, andavamo dalla polizia a dire che non avevamo documenti ma non ci davano retta e per questo eravamo obbligati a vivere per strada, senza documenti non puoi fare niente».
Cosa provavi?
Giorgio: «Mi dispiaceva vedere mio padre soffrire per noi, per lui sì che era difficile, ci aveva portati via dall’Armenia per darci una vita migliore e si ritrovava per la strada. Io mi ammalavo spesso con febbre a 40 e tonsilliti, lui non poteva fare nulla e si sentiva responsabile».

Dopo Milano siete andati a Torino, poi a Gorizia, tuo padre ce l’ha fatta a togliervi dalla strada.
Giorgio: «Si, a Gorizia abbiamo vissuto quasi 5 mesi alla Caritas, avevamo chiesto asilo politico ma non ce lo hanno concesso, in cambio ci hanno mandato un foglio di via dove dicevano che in 15 giorni avremmo dovuto lasciare l’Italia. Per fortuna un sacerdote ci ha aiutati, si chiamava Don Ruggero, ci ha fatto da garante e mio padre ha ottenuto un documento provvisorio che gli permetteva di lavorare. Da lì le cose sono andate sempre meglio».
Come arriva la kickboxing nella vostra vita?
Giorgio: «Io mi sono sempre allenato, a 11 anni in Armenia andavo a correre alle 6 del mattino e poi andavo a scuola, avevo già le idee chiare e mio padre mi seguiva, mi portava in palestra e diceva ai suoi amici: “Mio figlio un giorno diventerà il numero uno, diventerà un campione”. Gli devo tutto, è grazie a lui se sono qui, se ho fatto questa carriera, lui mi ha motivato e messo sulla strada giusta, mi ha sempre detto di non preoccuparmi, di allenarmi seriamente e che un giorno sarei diventato il più forte di tutti. Lui era la testa, io ascoltavo e facevo tutto quello che mi diceva di fare».

Quando sei arrivato a Milano e ti sei trovato a vivere per strada hai mai provato rabbia?
Giorgio: «No mai, la mia rabbia era la determinazione, la fame mi ha dato la grinta di voler arrivare, la mia ossessione è diventata una passione e mi sono allenato ogni giorno per arrivare dove volevo. Alla fine ci sono riuscito».
Negli ultimi anni è esplosa la violenza tra i più giovani, poi anche esibita sui social, perché secondo voi?
Giorgio: «Insegno in palestra e vedo la differenza tra noi e i ragazzi di oggi che non hanno nessun rispetto per gli adulti, i social network poi sono la vera rovina, noi giocavamo tutto il giorno per strada con il pallone, oggi stanno davanti ad un schermo da soli».
Armen: «La cosa più sbagliata è che quando un bambino va male a scuola il genitore per punizione gli toglie lo sport, ma lascia il telefono».
Giorgio: «Dovrebbero fare il contrario, togliere telefono e uscite e fargli fare più sport, perché lo sport e ancor di più il nostro ti porta via dalle strade che sono piene di droga e violenza, con lo sport impari il rispetto, usi la testa».
Armen: «Hai regole, una disciplina che devi rispettare, i genitori non capiscono che uno sport come il nostro ti può servire nella vita per avere degli obiettivi veri».

Spesso però gli sport da combattimento sono associati alla violenza.
Giorgio: «Questo è vero, ma non è così, la kickboxing non la fai per usare la violenza, violenza vuol dire violare le regole, nel nostro sport ci sono regole, noi combattiamo finisce il match e ci abbracciamo».
Armen: «C’è più violenza nel calcio, dove il tifo è violento, si menano distruggono tutto».
Neanche un mese fa un fatto di cronaca con al centro il rapper Shiva, e due lottatori di Mma.
Giorgio: «Non chiamiamoli sportivi, sono due scappati di casa, quelli prima di fare i lottatori hanno avuto problemi con la giustizia, non fanno parte del nostro giro. I rapper poi non danno un bell’esempio, parlano di soldi, orologi e pistole, i ragazzini non capiscono che si tratta di un mondo finto e li vogliono solo imitare».
Armen: «I ragazzi oggi non hanno obiettivi in cui credere e per i quali faticare. Sono abituati ad avere tutto facile, bisogna credere nei sogni e non mollare al primo ostacolo».
Ora siete cittadini italiani, ne siete orgogliosi?
Giorgio: «Si molto perché ho sempre combattuto per l’Italia, ho combattuto il torneo Gloria a Roma e ho ricevuto la lettera dal Presidente Napolitano. Sono orgoglioso di essere un campione italiano, di portare la bandiera italiana. Io e mio fratello abbiamo preso la cittadinanza per meriti sportivi è una cosa unica».
La vostra è una storia di integrazione, cosa pensate del problema dell’immigrazione in Italia?
Giorgio: «Non siamo tutti uguali, anche tra gli immigrati ci sono persone perbene e quelle che non lo sono, che spacciano, violentano e fanno del male per questo dovrebbero esserci delle regole severe. Chi sbaglia deve pagare, deve essere punito. In Italia mancano le regole. Guarda quello che sta succedendo a Milano, dove è diventato pericoloso anche andare in giro in pieno giorno in centro, la sera una ragazza sola non può più girare. Queste cose in Armenia non potrebbero succedere, una donna non si tocca, lì può andare in giro anche alle tre di notte da sola e stare tranquilla. A Milano tutto è permesso, chi delinque viene arrestato e il giorno dopo è fuori. I politici poi non fanno niente, promettono e basta».

Vi sentite più italiani o più armeni oggi?
Giorgio: «Il sangue è armeno ma noi ci sentiamo italiani».
Armen: «Già da piccolo il mio sogno era vivere in Italia, ero tifoso della Juve».
Quanto siete fieri di tutto quello che avete costruito?
Armen: «Tanto, nessuno ci ha regalato niente, tutto quello che abbiamo lo abbiamo costruito con sudore e sacrificio, ne siamo contenti e andiamo avanti lavorando e insegnando, questo sport ci ha salvato la vita, ci ha tolto dalla strada».
Vi dico delle parole e mi rispondete di getto, amicizia: «Fratelli», amore: «Famiglia e lavoro», Passione: «Sport», ultimo film che avete visto? Giorgio: «Il ladro di Parigi, molto interessante», Armen: «Oppenheimer», ultimo libro letto? Giorgio: «Agassi, anche lui armeno», Armen: «Io non leggo quasi mai e l’ultimo è stato quello di mio fratello», ultimo viaggio che avete fatto? Giorgio: «Siamo stati in vacanza in Armenia insieme e abbiamo visto posti che non conoscevamo», se aveste solo un desiderio quale sarebbe? «Di avere sempre nuovi obiettivi».

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Cannes dedica il 2024 alla cultura armena (MOntecarlonews 19.11.23)

S’inizierà il 3 febbraio 2024 con la Semaine de la culture arménienne. Concerto di Kristina Aznavour che interpreterà le canzoni del padre

Jeunesse arménienne de France - Ville de Cannes @Florian JARRIGEON

Jeunesse arménienne de France – Ville de Cannes @Florian JARRIGEON

Per celebrare i forti legami che uniscono Cannes e il popolo armeno, la città del cinema dedicherà il 2024 alla valorizzazione della storia e del patrimonio armeno.

Sono previsti eventi durante tutto l’anno: musica, canti classici e tradizionali, danza, cinema, umorismo, arti culinarie, conferenze, testimonianze storiche e mostre.

A dare il via alle celebrazioni, da sabato 3 a domenica 11 febbraio 2024, sarà la Semaine de la culture arménienne.

 

Durante tutto il 2024, saranno organizzate delle manifestazioni per sottolineare il rispetto e il profondo sostegno all’Armenia, Paese molto ricco sul piano culturale.

Punto culminante del primo appuntamento sarà il concerto «Aznavour Classique» domenica 4 febbraio 2024 al Palais des Festivals et des Congrès. Kristina Aznavour, accompagnata dal pianista Éric Berchot e dall’Orchestra Nazionale di Cannes, interpreterà canzoni cult del grande Charles. Questo evento lancerà, inoltre, le celebrazioni del centenario della nascita dell’artista.

Altro momento forte, la testimonianza vivente di Mania, sopravvissuta al genocidio del 1915, registrata su cassetta dalla figlia, sarà messa in scena dagli studenti del Conservatorio di Cannes mercoledì 7 febbraio 2024.

Infine, i musei, gli archivi comunali, i cinema di Cannes e le biblioteche riserveranno una vasta programmazione incentrata sulle opere armene.
Il programma completo della settimana della cultura armena, dal 3 all’11 febbraio 2024, è inserito al fondo di questo articolo.

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Spoleto Jazz23, chiusura con lo stupendo Tigran Hamasyan Trio | Jazz, progressive e memoria armena (Tuttoggi.info 18.11.23)

Non poteva esserci chiusura migliore della 4^ edizione di Spoleto Jazz 2023 di quella vista ieri sera al Teatro Nuovo “Menotti” con lo stupendo concerto del Tigran Hamasyan Trio.

Se in questa rassegna a cavallo tra ottobre e novembre, Visioninmusica Silvia Alunni hanno voluto proporre un mix equilibrato di generi sulla base della composizione e improvvisazione jazzistica, con la scelta di Hamasyan in scena si è voluto invece offrire un ripasso virtuoso di molte sonorità che riportano alla mente tante esperienze del passato.

Tigran ed un paio di suoi colleghi…

Ma questo aspetto non deve trarre in inganno perchè Tigran Hamasyan è un pianista dalle virtù eccelse e non serve un sapientone di jazz per capire come l’artista sia tecnicamente insuperabile. A vederlo in scena ricorda un paio di ragazzi esperti come Keith Jarrett di cui ha la stessa animosità nei confronti degli 88 tasti ed una certa ritrosia al linguaggio parlato. Ma per lirismo e introspezione esecutiva sembra anche di vedere Brad Mehldau. Di entrambi ha invece lo stesso modo di infilare la testa tra le braccia, completamente piegato in due, durante l’esecuzione di un brano.

Hamasyan ha anche una apprezzabile voce con cui riesce ad evocare tutte le memorie sonore della sua terra di origine, l’Armenia. (Fotogallery di Stefano Principi)

Il Jazz, il Progressive e quel “pezzetto” di Punk che è in tutti noi

Quello che non ti aspetti da un pianista che sa eseguire partiture complesse alla perfezione, è che dopo introduzioni melodiose che ti cullano nel ricordo di vite antiche e persino spirituali, all’improvviso ti arrivi la “botta” di ritmica possente del basso e della batteria, in cui non si può fare a meno di riconoscere alcuni schemi del Punk Rock e del Progressive, con quel tanto di struttura Jazz che poi riassume tutto.

Nel suo lavoro presentato a Spoleto, The call Within, appaiono innegabili le origini armene di Hamasyan che si ritrovano in ogni dove delle sue composizioni. Arie ed echi della vicenda di Armenia, inclusa la tragedia del genocidio. La tradizione musicale jazzistica di quelle latitudini ha una storia che andrebbe tutta studiata. Se si ascolta il padre del jazz azero (Azerbaijan), Vagif Mustafa Zadeh e sua figlia, la bravissima Aziza Mustafa Zadeh, si capisce subito come gli elementi armonici di unione con la confinante Armenia, siano molti di più di quelli che una disastrosa guerra dei politici locali vorrebbe invece cancellare per interessi territoriali (la guerra tra Armenia e Azerbaijan per i diritti sul Nagorno Karabakh).

Ma è anche molto interessante nella musica di Hamasyan riscoprire come la scrittura della parte ritmica (basso e batteria) sia davvero molto simile con le esperienze del post- Punk Rock. In un brano come The Dream Voyager la base ritimica è decisamente monocroma e dura come quella dei Primus in My name is Mud.

E quando in uno dei due generosi bis concessi al pubblico osannante del Nuovo, il Trio di Tigran Hamasyan (Marc Karapetian, al basso e Arthur Hnatek alla batteria) attacca Our Film si capisce subito che anche il Progressive è parte di questa esperienza musicale straordinaria.

Un concerto “antologico” strepitoso!

L’importanza del modello “Spoleto Jazz”

Dopo 4 edizioni, l’abbiamo già scritto in altre occasioni, va riconosciuto che una esperienza come quella della rassegna di Spoleto Jazz è ormai un appuntamento indispensabile se si vuole affrancare le esperienze musicali del pubblico spoletino, e non, dal pensiero comune della “brutaglia”.

Ha fatto molto più Spoleto Jazz, per questo territorio, che molte altre occasioni di spettacolo assolutamente discutibili e scelte senza cognizione di causa. Qualcuna anche proveniente da blasonatissime altre manifestazioni internazionali ma con base locale.

Artisti di assoluto livello, ma non necessariamente schiavi del mainstream commerciale del momento, e una organizzazione pressochè perfetta (quella di Visioninmusica, sia nella comunicazione che nella programmazione) fanno di Spoleto Jazz una esperienza virtuosa da conservare con cura, modello organizzativo anche per altre iniziative (vedi la recentissima, quanto antichissima polemica sulle luminarie natalizie).

Ci aspettiamo dunque ancora grandi cose e non vediamo l’ora di esserne parte.

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