Il sito archeologico di Ererouyk in Armenia tra i 7 monumenti più a rischio d’Europa nel 2016

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Il sito archeologico di Ererouyk in Armenia tra i
7 monumenti più a rischio d’Europa nel 2016

L’Aia / Lussemburgo, 16 marzo 2016 – Il sito archeologico di Ererouyk e il villaggio di Anipemza in Armenia, la fortezza di Patarei Sea a Tallinn in Estonia, l’Aeroporto Helsinki-Malmi in Finlandia, il ponte girevole Colbert a Dieppe in Francia, il quartiere Kampos a Chios in Grecia, il Convento di Sant’Antonio da Padova in Estremadura in Spagna e l’antica città di Hasankeyf con i suoi dintorni in Turchia sono stati nominati come i 7 siti più in pericolo in Europa nel 2016. Europa Nostra, la principale organizzazione europea per il patrimonio culturale, e l’Istituto della Banca Europea per gli Investimenti (IBEI) lo hanno annunciato oggi nel corso di un evento pubblico organizzato presso l’Ateneo Veneto a Venezia, in Italia.

Queste gemme del patrimonio culturale europeo sono in serio pericolo a causa della mancanza di risorse o di adeguate competenze, alcuni di essi soffrono anche di abbandono o di una inadeguata pianificazione. Per questo si ritiene che sia necessario un intervento urgente. Saranno organizzate delle missioni di esperti presso i siti ed entro la fine dell’anno saranno redatti dei piani d’azione e di fattibilità. Il ‘7 Most Endangered’ gode del supporto del programma Creative Europe dell’Unione Europea, come parte del progetto ‘Mainstreaming Heritage’ realizzato dalla rete di Europa Nostra.

In aggiunta, Europa Nostra e l’Istituto della BEI, in seguito ad una forte raccomandazione da parte di un gruppo di esperti internazionali, ha deciso di mettere in evidenza un tesoro del patrimonio culturale in pericolo che riveste grandissima importanza per l’Europa e per il mondo: la Laguna di Venezia in Italia (vedi il comunicato stampa dedicato).

Il Maestro Plácido Domingo, Presidente di Europa Nostra, ha affermato: “questa lista porta attenzione a dei rari esempi del patrimonio culturale e naturale europeo che rischiano di essere perduti per sempre. Le comunità locali sono impegnate a tentare di salvare queste testimonianze della nostra storia comune ma necessitano di molto sostegno. Da parte di Europa Nostra, raccomando agli stakeholders di interesse nazionali ed europei sia pubblici che privati, di unire le forze per garantire un futuro promettente a questi siti. Salvare il nostro patrimonio culturale porta incommensurabili benefici sociali ed economici non solo alle regioni ed ai paesi coinvolti ma all’Europa nella sua interezza, come è stato sempre più spesso riconosciuto dalle istituzioni della UE ed è stato chiaramente dimostrato dal rapporto recentemente pubblicato dal titolo ‘Cultural Heritage Counts for Europe (il patrimonio culturale conta per l’Europa)’”.

In risposta all’annuncio dei ‘7 Most Endangered’ 2016, Tibor Navracsics, Commissario Europeo per l’Educazione, la Cultura, i Giovani e lo Sport, ha detto: “il nostro patrimonio culturale è parte integrante di ciò che siamo come persone. Non dobbiamo darlo per scontato. Al contrario, abbiamo bisogno di curarlo e proteggerlo per mantenerlo vivo. Questo è il motivo per cui la UE sta lavorando con regioni e città per aiutarle a conservare i loro siti storici. Il nostro scopo è quello di rendere le comunità locali capaci di scoprire e valorizzare il proprio patrimonio e dar loro un ruolo nel suo sviluppo e nella sua gestione. Questo è anche un modo eccezionale di tenere insieme le persone e di costruire delle società aperte e tolleranti, qualcosa che ora è più importante di quanto sia mai stato.”

“Un patrimonio culturale e naturale ben gestito può portare un contributo economico e sociale allo sviluppo regionale ed al rinnovamento urbano in tutta l’Europa. Per questo motivo l’Istituto della BEI e la Commissione Europea partecipano attivamente al programma dei ‚7 Most Endangered’, ha aggiunto Francisco de Paula Coelho, rettore dell’Istituto della BEI.”

Europa Nostra e L’Istituto della Banca Europea degli Investimenti, insieme con coloro che hanno sottoposto le candidature e con altri partners, visiteranno i 7 siti selezionati e incontreranno i principali stakeholders nei prossimi mesi. Esperti di patrimonio ed economisti forniranno assistenza tecnica, identificheranno possibili fonti di finanziamento e mobiliteranno un ampio supporto.

I 7 siti più a rischio del 2016 sono stati selezionati dal Consiglio di Europa Nostra tra i 14 siti selezionati da una giuria di esperti in storia, archeologia, architettura, conservazione, analisi dei progetti e finanza. Le candidature sono state presentate da organizzazioni non governative o da enti pubblici di tutta Europa che fanno parte della vasta rete di membri e organizzazioni associate di Europa Nostra.

Il programma ‘I 7 più a rischio’ è stato lanciato nel gennaio 2013 da Europa Nostra con l’Istituto della Banca Europea per gli investimenti in qualità di partner fondatore e dalla Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa come partner associato. Si è ispirato ad un progetto di successo gestito dalla US National Trust for Historic Preservation. ‘I 7 Most Endangered’ non è un programma di finanziamento. Il suo scopo è quello di fungere da catalizzatore per l’azione e di promuovere “la forza dell’esempio”.

La prima lista dei 7 siti più a rischio è stata presentata in giugno 2013 ad Atene, la seconda nel maggio 2014 a Vienna, durante i congressi sul Patrimonio Culturale organizzati da Europa Nostra nelle due città.

CONTATTI STAMPA
Europa Nostra
Joana Pinheiro, jp@europanostra.org
T. +3170 302 40 55; M. +316 34 36 59 85
Istituto Banca Europea degli Investimenti
Bruno Rossignol, bruno.rossignol@eib.org
T. +352 43 797 07 67; M. +352 62 134 58 62
CSDCA
Gaianè Casnati, gaiane.casnati@gmail.com
Ministry of Culture of Armenia
Alla Serobyan, info@mincult.am

MAGGIORI INFORMAZIONI

http://7mostendangered.eu/
twitter.com/europanostra

FOTO IN ALTA RISOLUZIONE

Il sito archeologico di Ererouyk e il villaggio di Ani Pemza, ARMENIA

Situato su un altopiano roccioso vicino al confine turco – armeno, Ererouyk é stato in passato uno dei più vasti ed importanti centri di culto della regione. La basilica a tre navate, edificata nel VI secolo, è fra i monumenti cristiani più antichi dell’Armenia e costituisce l’edificio più rilevante del complesso che comprendeva diversi edifici religiosi e un centro abitato. In epoca medievale Ererouyk era strettamente legata con l’antica capitale armena Ani, che si trova a pochi kilometri di distanza.

La copertura della basilica è crollata prima del XVIII secolo e l’edificio è stato fortemente danneggiato da diversi terremoti, compreso quello, violentissimo, del 1988. Nonostante negli ultimi vent’anni siano stati realizzati piccoli interventi conservativi di emergenza, la basilica, che si trova sulla lista provvisoria dei siti del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, rimane a forte rischio.

L’area archeologica che circonda la basilica, dove si trovano I resti di monumenti funerari, un ampio muro di cinta, una diga, un mausoleo, alcune costruzioni rupestri e numerosi frammenti di pietra finemente scolpita, rischia di essere perduta prima di poter essere debitamente studiata e documentata.

Il villaggio di Ani Pemza è situato a poche centinaia di metri da Ererouyk. Probabilmente progettato dal famoso architetto armeno Alexander Tamanyan e costruito nel 1926 per ospitare I lavoratori di un complesso industriale delle vicinanze, include 10 edifici per appartamenti, una scuola ed altri edifici pubblici. A partire dal 1994, con la chiusura della vicina cava, il villaggio è stato gradualmente abbandonato e gli edifici hanno iniziato a degradarsi.

La Repubblica d’Armenia, tramite il Ministero della Cultura, è il proprietario del sito archeologico di che è stato nominato per il programma ‘The 7 Most Endangered’ 2016 dal Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena (CSDCA) con sede in Italia. Tra I partners della campagna vi sono organizzazioni e istituzioni armene (Ministero della Cultura e Museo Regionale di Shirak), italiane (Politecnico di Milano), francesi (Laboratoire d’Archéologie Médiévale et Moderne en Méditerranée dell’Università di Aix en Provence) e americane (Global Heritage Fund).

Il CSDCA propone la realizzazione di un progetto multidisciplinare che permetta lo studio e la conservazione del sito archeologico e della basilica di Ererouyk e la sua valorizzazione ripristinando il legame con l’antica capitale Ani. Questo costituirebbe un passo importante verso la realizzazione di un Parco Archeologico transnazionale lungo il fiume Akhurian che potrebbe rivestire un ruolo significativo nel processo di riconciliazione tra Armenia e Turchia. Il villaggio di Ani Pemza, restaurato, potrebbe diventare un centro di turismo culturale e contribuire così alla rivitalizzazione socio economica dell’area.
Informazioni generali

Europa Nostra è la federazione paneuropea di organizzazioni a difesa del patrimonio, che è anche supportato da una vasta rete di enti pubblici, aziende private e singoli individui. Coprendo 40 paesi in Europa, l’organizzazione è la voce della società civile impegnata nella salvaguardia e promozione del patrimonio culturale e naturale in Europa. Fondata nel 1963, Europa Nostra è oggi riconosciuta come la rete più rappresentativa del patrimonio in Europa. Plácido Domingo, cantante lirico di fama mondiale e direttore d’orchestra, è il presidente dell’organizzazione. Europa Nostra organizza campagne per salvare monumenti, siti e paesaggi d’Europa in pericolo, in particolare attraverso il programma ‘I 7 più a rischio’. Europa Nostra celebra l’eccellenza attraverso il Premio dell’Unione europea per il Patrimonio Culturale / Europa Nostra Awards; contribuisce inoltre alla formulazione e l’attuazione delle strategie europee e delle politiche connesse al patrimonio, attraverso un dialogo strutturato con le istituzioni europee e il coordinamento del patrimonio europeo Alleanza 3.3. Nel 2014, l’organizzazione ha ricevuto una sovvenzione dell’UE dal programma Europa creativa per sostenere il programme triennale ‘mainstreaming Heritage’.

L’ Istituto della Banca europea per gli investimenti (EIBI) promuove iniziative europee per il bene comune. È stato creato come parte del Gruppo della Banca europea per gli investimenti nel gennaio 2012 per fungere da catalizzatore per le attività sociali, culturali, educative e di ricerca, orientate verso lo sviluppo economico e sociale in Europa. Informazioni dettagliate sulle attività dell’Istituto sono disponibili presso il suo sito web: http://institute.eib.org/

Europa Creativa è il nuovo programma dell’UE per sostenere i settori culturali e creativi, permettendo loro di aumentarne il contributo alla crescita e all’occupazione. Con un bilancio di 1,46 miliardi di euro per il 2014-2020, ‘Europa Creativa’ supporta le organizzazioni nel campo del patrimonio, arti dello spettacolo, belle arti, arti, editoria interdisciplinari, film, TV, musica, e video giochi e decine di migliaia di artisti, operatori culturali e audiovisivi. Il finanziamento permetterà loro di operare in tutta Europa, per raggiungere maggior pubblico e per sviluppare le competenze necessarie nell’era digitale.

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Corso estivo intensivo di lingua e cultura armena a Venezia (AGOSTO 2016)

Il corso estivo intensivo di Lingua e Cultura Armena, promosso dall’Associazione culturale Padus-Araxes, in collaborazione con lo “Studium Marcianum” di Venezia si svolgerà dall‘1 al 18 di agosto; gli esami avranno luogo il 19 agosto.

ARRIVI: 30 e 31 luglio; PARTENZE: 20 e 21 agosto.

Le domande di partecipazione devono essere indirizzate PERSONALMENTE e PER ISCRITTO, indicando un NUMERO DI TELEFONO e un indirizzo di POSTA ELETTRONICA. Il modulo da compilare si può scaricare dal sito www.padus-araxes.com, vedi Summer course / application form.

I candidati DEVONO essere maggiorenni.

Il corso è suddiviso in quattro livelli: dai principianti assoluti ai progrediti. Le lezioni si svolgono al mattino, dal lunedì al venerdì, per cinque ore di frequenza giornaliera. LA FREQUENZA è obbligatoria. Alle lezioni si affiancano varie iniziative culturali, tra cui la visita al monastero mechitarista di San Lazzaro e al quartiere armeno di Venezia, la partecipazione alla Festa dell’Assunta e della Benedizione dell’uva a San Lazzaro e conferenze di ambito armenistico tenute da docenti universitari e specialisti della materia.

Saranno anche offerti, con accesso libero e in orario pomeridiano, CORSI di DUDUK e DANZA ARMENA.

Il contributo per la partecipazione al Corso è di 750 € o l’equivalente in altre valute. Di questa somma 500 € DEVONO ESSERE VERSATI IN ANTICIPO, dopo aver ricevuto la lettera di accettazione, ENTRO IL 31 MARZO. Dopo questa data, l’acconto sarà di 550 € da versare entro l’ultima scadenza del 30 GIUGNO.

Il saldo DOVRA’ ESSERE VERSATO IL GIORNO DELL’ARRIVO, pena di non poter accedere all’alloggio. La somma versata NON SARA’ RESTITUITA per nessun motivo. Viene applicata una riduzione del 10% a coloro che hanno già seguito il corso, per almeno due estati, con buon risultato, e ai loro parenti prossimi (genitori, fratelli, marito, moglie). Gli assegni circolari, personali, o vaglia postali devono essere intestati esclusivamente ad ASSOCIAZIONE PADUS-ARAXES e indirizzati a:

 

Associazione Padus-Araxes – c/o Centro di Documentazione della Cultura Armena, Loggia del Temanza, Corte Zappa,

Dorsoduro 1602, I-30123 VENEZIA

 

Eventuali spese postali o commissioni bancarie saranno completamente a carico del partecipante.

Viene messo a disposizione dei corsisti un ALLOGGIO a Venezia, in centro storico, in una delle Case dello Studente. Il COSTO DEL SOGGIORNO per l’intera durata del corso, dal 30 luglio al 20 agosto incluso, è di 880 € per stanza singola e di 650 € per stanza doppia, entrambe con bagno. Non sono possibili conteggi giornalieri durante questo periodo. Coloro che desiderano arrivare prima o partire dopo le date fissate, devono provvedere personalmente a trovarsi una stanza per quei giorni. OGNI PASTO, presso la mensa universitaria o in un locale convenzionato, costerà circa 9 €, da pagare sul posto.

Per qualsiasi INFORMAZIONE, inviate un’e-mail a: daniela@padus-araxes.com, in cc: benedettacon@gmail.com.  Nei casi urgenti potete chiamare il lunedì e giovedì mattina, dalle 10.30 alle 13.00 il cellulare n° + 39.347.4562981 (Daniela) e nei giorni di martedì, mercoledì e venerdì, alla sera, dalle 20.00 alle 22.00 oppure il cellulare n° + 39.349.0986027 (Benedetta). In caso di assenza, lasciate un messaggio in segreteria, indicando nome e numero di telefono.

VENEZIA – dal 10 marzo al 12 maggio – II Seminario di Arte Armena

SEGNALAZIONE

Si segnala che a causa di un problema logistico gli incontri del II Seminario di Arte Armena si svolgeranno a partire dal 17 marzo nell’aula C  di Ca’ Bottacin, Dorsoduro 3911, Calle Crosera 3911, 30123 Venezia. La nuova sede del seminario si trova a circa cento metri da Ca’ Foscari ed è più vicina alla stazione e a Piazzale Roma della precedente.

L’ultimo incontro, il concerto di Ani Martirosyan si svolgerà invece al Collegio Armeno, come da programma.

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VENEZIA – dal 10 marzo al 12 maggio – II Seminario di Arte Armena

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ROMA – 11 marzo 2016 – Il diritto alla Memoria l’autodeterminazione del popolo armeno…

CASA DELLA MEMORIA E DELLA STORIA
Via S. Francesco di Sales 5
11 marzo 2016 ore 17.00

IL DIRITTO ALLA MEMORIA
L’AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO ARMENO
TRA LOTTA E COSCIENZA NAZIONALE
relatori:
– dott. Emanuele Aliprandi direttore della rivista Akhtamar on line (Consiglio per la comunità armena di Roma)
– prof. Enrico Ferri professore di Filosofia del Diritto e di Storia dei Paesi islamici nell’Università Niccolò Cusano Roma
– arch. Garagin Gregorian (Karechin Cricorian) responsabile cultura Consiglio per la Comunità Armena di Roma

Riflessioni sul libro di Monte Melkonian “Right to struggle”

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La memoria del popolo armeno vista attraverso la lente di ingrandimento di alcuni passaggi storici: l’elaborazione interiore del lutto per il “Grande Male”, la (ri)scoperta di un diritto alla memoria, il processo di globalizzazione internazionale della questione, il negazionismo,  il progetto dello scontro come tentativo alternativo a un dialogo impossibile fino alla strenua difesa del territorio armeno.

Non un percorso didascalico sulla storia del genocidio armeno, ma il tentativo di capire come si sia sviluppata e rafforzata la memoria armena attraverso le generazioni.

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Locandina casa memoria 11.02.16

INVITO al IX Edizione del riconoscimento giornalistico “Hrant Dink”

logo com armena

in collaborazione con

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Il Consiglio per la comunità armena di Roma

è lieto di invitare la S. V. alla celebrazione

della IX edizione del Riconoscimento giornalistico

“Hrant Dink “ per la libertà di informazione

che sarà conferito alle giornaliste

Franca Giansoldati e Anna Mazzone

Martedì 1 Marzo 2016 ore 17.00

Biblioteca Rispoli

p.zza Grazioli 4—Roma

 


 

Perché il riconoscimento “Hrant Dink”

L’idea di un premio giornalistico italiano intitolato ad “Hrant Dink” nasce all’indomani dell’uccisione ad Istambul (19 gennaio 2007) del giornalista armeno di cittadinanza turca.

Dink non era un rivoluzionario; era un uomo buono, mite, propenso al dialogo ed alla tolleranza.

Dalle pagine del suo giornale bilingue “Agos” si è sempre battuto per la conciliazione, cercando di avvicinare per quanto possibile, lui armeno e cittadino turco, i due popoli.

La sua unica colpa è stata quella di scrivere ciò che pensava anche se ben consapevole che quelle sue parole di speranza non erano gradite a chi dell’intolleranza faceva il proprio credo politico.

Un giornalista “scomodo” che ha pagato con la propria vita il coraggio di fare il suo mestiere.

Lui, già condannato ai sensi del famigerato art. 301 del codice penale turco, ha vissuto la propria passione lavorativa alla stessa stregua di tutti quei suoi colleghi che nel mondo rischiano la propria vita per fare ciò che altrove è considerata una tranquilla ed ambita professione.

Il riconoscimento giornalistico italiano “Hrant Dink” si propone dunque due obiettivi: ricordare la figura di questo giornalista e sottolineare la vitale importanza della libertà di informazione, collante fondamentale della società moderna.


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“Sono come un colombo che si guarda sempre intorno, incuriosito e impaurito.  Chissà quali ingiustizie mi troverò davanti.  Ma nel mio cuore impaurito di colombo so che la gente di questo paese non mi toccherà.  Perché qui non si fa male ai colombi.  I colombi vivono fra gli uomini. Impauriti come me, ma come me liberi.”  Hrant Dink.

Scarica invito in pdf

 

 

A proposito del dietrofront vaticano sulla questione del “Genocidio Armeno”

Abbiamo letto in questi giorni e continuiamo a leggere sia sulla stampa nazionale armena che quella italiana circa la notizia di un comunicato stampa con il quale il Vaticano avrebbe fatto dietrofront sulla questione armena ed avrebbe declassato il genocidio a “tragici eventi del 1915”.
Incuriositi della notizia siamo andati a verificare il contenuto del “comunicato” in questione ed abbiamo appurato che è stato diramato il 3 Febbraio u.s., a margine dell’udienza generale in San Pietro, in occasione della presentazione al Papa di una copia del volume “La Squadra Pontificia ai Dardanelli 1657 / İlk Çanakkale Zaferi 1657”, da parte dell’autore, Rinaldo Marmara.

Nel comunicato di cui sopra, oltre alla presentazione del volume si fa cenno all’importanza delle “ricerche erudite e dell’apertura degli archivi alle investigazioni storiche al servizio della verità…”.
Poi si aggiunge che “è stato notato e apprezzato il rinnovato impegno della Turchia a rendere i propri archivi disponibili agli storici e ai ricercatori delle parti interessate, con l’intenzione di arrivare congiuntamente ad una migliore comprensione degli eventi storici …. inclusi i tragici eventi del 1915”.
La stessa nota poi prosegue “La memoria della sofferenza e del dolore, sia del lontano passato che di quello più recente, come nel caso dell’assassinio di Taha Carım, Ambasciatore della Turchia presso la Santa Sede, nel giugno del 1977, per mano di un gruppo terroristico, ci esorta a riconoscere anche la sofferenza del presente e a condannare ogni atto di violenza e di terrorismo, che continua a causare vittime ancor oggi”.
La nota conclude definendo “particolarmente odiosa e offensiva” la violenza e il terrorismo “commesso in nome di Dio e della religione”.

A seguito di questa “nota” l’astuta diplomazia turca ha dichiarato che il Papa avrebbe fatto dietrofront ed avrebbe declassato il genocidio in “tragici eventi del 1915”, e soddisfatti del passo compiuto, il Ministro degli Esteri ha permesso all’Ambasciatore turco presso la Santa Sede di fare ritorno a Roma, dopo che era stato richiamato per protesta, lo scorso 12 aprile 2015.

A nostro modesto parere, il comunicato stilato in occasione di una semplice presentazione di un libro al Papa, non ha una connessione chiara con le dichiarazioni fatte dal Pontefice, lo scorso 12 aprile 2015, a seguito delle quali uno “tsunami” senza precedenti si abbatte contro la Turchia ed i suoi governanti. Uno tsunami che ancora oggi continua ad avere il suo effetto devastante sulla Turchia che oltre a non voler riconoscere la verità storica del suo passato, viene additata come complice dei gruppi armati dell’ISIS e delle nefandezze da questi compiute, incluse le distruzione dei luoghi di culto dei cristiani, la confisca dei loro beni e la persecuzione attuata nei loro confronti e nei confronti di altre minoranze etniche e religiose.

Alla luce di ciò, riconoscendo che la Santa Sede, per l’alta istituzione morale che rappresenta, non vuole innemicarsi nessuno e vuole intrattenere sani rapporti diplomatici con tutti, anche perché il suo ruolo, per dirla con il Papa, è quello di costruire ponti e non muri, appoggiamo pienamente quanto riportato nel comunicato di cui sopra.

Non vi è dubbio che le “ricerche erudite e l’apertura degli archivi alle investigazioni storiche al servizio della verità” siano di una grande importanza ed a tal fine apprezzeremmo anche noi “il rinnovato impegno della Turchia a rendere i propri archivi disponibili agli storici e ai ricercatori delle parti interessate” e di conseguenza condanniamo “ogni atto di violenza e di terrorismo, che continua a causare vittime ancor oggi” inclusi ovviamente ” la violenza e il terrorismo “commesso in nome di Dio e della religione”.

Altro che dietrofront, questa non è altro che un’altra mossa tattica della diplomazia turca ed una ricostruzione dei fatti studiata a tavolino, nella ricerca di arginare la grave situazione in cui versa la diplomazia turca che negli ultimi mesi sta perdendo colpi e terreno nel consenso internazionale e non sa più a cosa aggrapparsi per non vedersi sottrarre quel ruolo importante che il Sultano Erdogan vorrebbe ritagliarsi nello scacchiere mediorientale, ma che di giorno in giorno diventa sempre più faticoso e complicato.

Ora se la Turchia e la sua diplomazia si accontentano di una “nota” pubblicata a margine di un dono fatto al Papa, ne prendiamo atto.

Però permetterci di fare due precisazioni: quei “eventi tragici del 1915”, il Santo Padre, Papa Francesco, proprio per amore “della verità” e basandosi su documentazione storica inconfutabile, presente anche negli archivi storici vaticani, li ha chiamati per nome e li ha definiti “il primo genocidio del XX secolo”. Non lo ha fatto di nascosto, ma durante una celebrazione pubblica in Vaticano, trasmessa in mondovisione, da Lui stesso presieduta, in occasione del centenario del genocidio armeno ed in onore dei martiri armeni.

La seconda è che nello stesso momento in cui veniva diramato il “comunicato” di cui sopra, Papa Francesco, a termine dell’udienza generale del mercoledì, evocava il Santo del giorno, San Biagio, vescovo di Sebaste, definendolo “Martire dell’Armenia”, anche se oggi Sebaste (Sivas) è in territorio turco. Anche questo lo ha fatto in un contesto pubblico.

Altro che dietrofront. Ci viene da pensare: vuoi vedere che Papa Bergoglio, in barba alla real-politik, ha voluto ancora una volta sottolineare il suo amore per la verità ed la sua condanna ad ogni atto di violenza compiuto nei confronti di esseri innocenti?

Chi si accontenta gode, recita il detto. La Turchia si accontenta di una “nota diplomatica”.
Lo abbiamo detto: ne prendiamo atto.

Noi invece continueremo a difendere sempre la verità, costi quel che costi.

Il Consiglio d’Europa boccia la risoluzione “WALTER” (Karabakh.it 27.01.16)

L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha rigettato nella sessione del 26 gennaio la risoluzione azera basata sul discusso rapporto dell’anglo turco Robert Walter. Il documento, intitolato provocatoriamente “Escalation della violenza in Nagorno Karabakh e negli altri territori dell’Azerbaigian” aveva suscitato la ferma opposizione di molte forze politiche, armene e non, in quanto faziosa espressione del solo punto di vista azero sul contenzioso. Con 70 voti contro 66 (e 45 astenuti) il testo della risoluzione non è stato approvato.

Sull’altra risoluzione riguardante l’utilizzo della riserva idrica di Sarsang, l’Assemblea ha invece espresso voto favorevole (98 a 71 con 40 astenuti). Anche questo testo era stato criticato giacché la relatrice bosniaca (Milica Markovic) non aveva ritenuto opportuno effettuare un sopralluogo in loco nonostante l’espresso invito delle autorità del Nagorno Karabakh. Una mozione, in chiave meno politica e più ambientalista, il cui esito non cancella comunque la soddisfazione della parte armena per la reiezione dell’altro documento.

Riguardo a Sarsang, il ministero della difesa del NK ha rilasciato una dichiarazione nella quale si sottolinea come l’uso della riserva idrica, collocata nel territorio dello Stato, rimane un diritto sovrano del popolo del Karabakh che non potrà essere violato da alcuna risoluzione.

Nei giorni scorsi il Gruppo di Minsk dell’Osce aveva lanciato un fermo monito al Consiglio d’Europa e alle altre organizzazioni internazionali affinché si astengano dal votare risoluzioni che possano ostacolare la difficile via del negoziato.

VOTAZIONE SU RAPPORTO WALTER

http://assembly.coe.int/nw/xml/Votes/DB-VotesResults-EN.asp?VoteID=35783&DocID=15681&MemberID=

Questo il voto espresso dai parlamentari italiani (14 votanti: 10 No, 3 SI, 1 astenuto)

TAMARA BLANZINA (pd) NO

VANNINO CHITI (pd) NO

PAOLO CORSINI (pd) NO

MANLIO DI STEFANO (5S) NO

CLAUDIO FAZZONE (pdl) SI  (sottoscrittore)

GIUSEPPE GALATI (pdl)   ASTE (sottoscrittore)

FRANCESCO M. GIRO (pdl)   NO  (sottoscrittore)

FLORIAN KRONBICHLER (sel)   SI

CARLO LUCHERINI (pd)   NO

MICHELE NICOLETI  (pd)   NO

ANDREA RIGONI (pd)   SI

MARIA EDERA SPADONI  (5S)   NO

SANDRA ZAMPA  (pd)   NO

 

VOTAZIONE SU RISERVA DI SARSANG

http://assembly.coe.int/nw/xml/Votes/DB-VotesResults-EN.asp?VoteID=35800&DocID=15704&MemberID=

Questo il voto espresso dai parlamentari italiani (14 votanti: 9 No, 4 SI, 1 astenuto)

TAMARA BLANZINA   NO

ELENA CENTEMERO          NO

VANNINO CHITI   NO

PAOLO CORSINI   NO

MANLIO DI STEFANO   NO

CLAUDIO FAZZONE   SI  (sottoscrittore)

GIUSEPPE GALATI   ASTE (sottoscrittore)

FRANCESCO M. GIRO   NO  (sottoscrittore)

FLORIAN KRONBICHLER   SI

CARLO LUCHERINI   SI

MICHELE NICOLETI             NO

ANDREA RIGONI     SI

MARIA EDERA SPADONI    NO

SANDRA ZAMPA                  NO

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ROMA – 26 gennaio 2016 – “L’Altra Memoria” Incontro con gli alunni dell’ Istituto Comprensivo Piazza Minucciano

Roma 26.01.2016

In occasione della giornata della Memoria

Il Consiglio per la comunità armena di Roma

incontra

gli alunni dell’Istituto Comprensivo Piazza Minucciano

per parlare di

“l’Altra Memoria – il Genocidio degli Armeni dopo cento anni”

9° anniversario dell’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink

Chi era Hrant Dink e perché lo hanno ucciso?

Hrant Dink è stato il fondatore e il redattore capo della rivista Agos, giornale bilingue armeno e turco. È stato pure giornalista per i giornali nazionali Zaman e Birgün.
Nacque a Malatya il 15 settembre 1954, Dink arrivò a Istanbul con la famiglia all’età di sette anni, in questa città trascorse il resto della sua vita. Dopo il divorzio dei genitori viene accolto in un orfanotrofio assieme ai fratelli. Tutto il suo iter scolastico avviene in scuole armene. Si diploma in zoologia all’università di Istanbul, dove frequentò in seguito anche corsi di filosofia.
Nel 2005 fu condannato a sei mesi di reclusione per suoi articoli sui fatti avvenuti tra il 1890 e il 1917 (Genocidio armeno).
I tribunali avevano ritenuto i suoi articoli come insulto all’identità turca secondo l’articolo 301 del codice penale turco. Questa condanna fu fortemente criticata dall’Unione europea. Venne a più riprese minacciato di morte per le sue prese di posizione su quanto subito dagli armeni negli ultimi anni dell’Impero Ottomano.
Hrant Dink ha sempre sostenuto il bisogno di democrazia per la sua nazione. La sua azione si focalizzava sui diritti delle minoranze e in particolare della minoranza armena e più in generale sui diritti civili. Negli ultimi anni sentiva forte l’odio che la sua azione suscitava in molti suoi concittadini e affermava che avrebbe voluto fuggire da questa realtà. Ma molto coraggiosamente sosteneva che se avesse compiuto questo passo, avrebbe tradito tutto quanto fatto fino ad ora. (fonte Wikipedia)
Il 19 gennaio 2007 viene ucciso ad Istambul sotto la redazione del suo giornale “Agos”. A sparargli mortalmente un diciassettenne Ogun Samast, appartenente ai circoli ultranazionalisti di Trebisonda dietro ai quali tramano oscuri servizi ed apparati.
Il 25 luglio 2011 l’imputato Ogun Samast è stato condannato a ventitre anni di prigione essendo stato riconosciuto colpevole dell’assassinio di Hrant Dink.
La pressione dell’opinione pubblica turca ed internazionale è riuscita ad avere la meglio sui tentativi di insabbiare il processo e che avevano portato addirittura alla ventilata possibilità di una scarcerazione dell’imputato. Questi nella sua memoria difensiva ha accusato la stampa turca di aver incitato al delitto.
Resta aperta la questione più importante: ossia chi siano stati i mandanti di Samast.
La Corte Europea di giustizia ha condannato la Turchia per non aver protetto Dink che pure si sapeva essere stato ripetutamente minacciato.
I complotti di Ergenekon (l’apparato deviato costituito da ultranazionalisti, generali e servizi segreti turchi), lo strano viaggio di uno degli imputati in Azerbaigian, l’ombra (anzi la certezza) di una regia occulta.
A novembre il procuratore ha deciso di continuare le indagini su trenta personalità (civili e militari) fortemente indiziate di essere dietro il delitto.


 

Ultimo articolo di Hrant Dink pubblicato su Agos
una settimana prima della sue morte.

All’inizio il processo aperto contro di me dal procuratore capo di Sisli non mi aveva preoccupato. Non era il primo. Sono sotto processo a Urfa, dal 2002 per aver detto di non essere turco, ma armeno di Turchia. Mi hanno accusato di aver offeso l’identità turca. Quando sono andato a testimoniare a Sisli l’ho fatto senza troppa preoccupazione. Perché ero sicuro che ciò che avevo scritto non poteva essere male interpretato. Il procuratore, ho pensato, non crederà che io abbia voluto offendere l’identità turca.
Sono stato rinviato a giudizio. Non ho perso la speranza. A chi mi accusava di aver insultato il popolo turco, ho detto che non avrebbe potuto gioire: non mi avrebbero condannato. Se fossi stato condannato avrei lasciato il paese. Gli esperti chiamati a giudicare i miei scritti hanno detto che non c’erano in essi elementi di offesa. Ero tranquillo: il torto sarebbe stato riparato, tutto sarebbe finito in una bolla di sapone. Ma così non è stato. Mi hanno condannato a sei mesi di carcere. La speranza che mi aveva accompagnato e sostenuto durante tutto il processo è crollata. Ma mi ha anche dato nuova forza.
Prima della sentenza, al termine di ogni udienza venivano date in pasto all’opinione pubblica notizie false su di me. Dicevano che avevo dichiarato che il sangue dei turchi è avvelenato, mi dipingevano come nemico dei turchi. Queste cattiverie hanno cominciato a fare breccia nel cuore di tanti miei connazionali. Alle udienze adesso venivo aggredito dai nazionalisti, si inscenavano violente manifestazioni nei miei confronti. Ho cominciato a ricevere telefonate e mail di minaccia, a centinaia.
Ma io continuavo a dire, pazienza, la decisione finale renderà giustizia di tutto ciò e saranno loro a vergognarsi. L’unica mia arma era la mia onestà. Ma mi hanno condannato. Il giudice aveva deciso in nome del popolo turco che avevo offeso l’identità turca. Posso tollerare tutto, ma non questo.
Mi trovavo a un bivio: lasciare il paese oppure restare. Alla stampa ho detto che mi sarei consultato con i miei avvocati, che avrei fatto ricorso in appello e anche alla Corte europea per i diritti umani.
Ho detto anche che se la condanna fosse stata confermata avrei lasciato il paese perché una persona condannata per aver discriminato suoi connazionali non ha diritto di continuare a vivere con loro.
E’ chiaro che le forze profonde che operano in questo paese vogliono darmi una lezione. Così per aver detto alla stampa queste cose è stato aperto contro di me un nuovo procedimento penale. Mi hanno accusato di aver cercato di influenzare la corte d’appello. Mi vogliono isolare, far diventare un facile obiettivo.
Mi processano perché, imputato, cerco di difendermi. Devo confessare che ho perso la mia fiducia nello stato turco e nella giustizia di questo paese. La magistratura non è indipendente, non difende i diritti del cittadino ma quelli dello stato. La condanna che mi è stata comminata non è stata pronunciata in nome del popolo turco, ma in nome dello stato turco. Abbiamo fatto ricorso. Il capo procuratore del processo di appello ha detto che non c’erano gli estremi per confermare la condanna. Ma il consiglio superiore ha deciso in maniera diversa. E anche in appello mi hanno condannato.

E’ chiaro che mi vogliono isolare, indebolire, lasciare privo di difese. Hanno ottenuto quello che volevano. Oggi sono in tanti a pensare che Hrant Dink sia uno che insulta i turchi. Ogni giorno mi arrivano sull’email e per posta centinaia di lettere di odio e minacce. Quanto sono reali queste minacce? Non si può sapere. La vera e insopportabile minaccia, però, è la tortura psicologica cui mi sottopongo. Mi tormenta pensare che cosa la gente pensa di me. Ora sono molto conosciuto «Guarda, non è l’armeno nemico dei turchi?» Sono come un colombo che si guarda sempre intorno, incuriosito e impaurito.
Che cosa diceva il ministro degli esteri Gul? E il ministro Cicek? «Suvvia, non esagerate con questo articolo 301. Quanta gente è finita in prigione?» Ma pagare è solo entrare in carcere? Signori ministri, sapete che cosa vuol dire imprigionare il corpo e la mente di un uomo nella paura di un colombo? In questo momento, così difficile anche per la mia famiglia, mi sento sospeso tra la morte e la vita. Ci sono giorni in cui penso di lasciare il mio paese, specie quando le minacce sono rivolte ai miei cari. Mi dicono che mi seguiranno se deciderò di andare, resteranno se deciderò di restare. Posso resistere, ma non posso mettere i miei cari a rischio. Ma se andiamo, dove andremo? In Armenia? Io che non tollero le ingiustizie, sarei forse più sicuro lì? L’Europa non fa per me. Tre giorni in occidente e il quarto voglio tornare a casa. Lasciare un inferno che brucia per un paradiso già confezionato?
Dobbiamo cercare di trasformare l’inferno in paradiso. Spero che non saremo mai costretti ad andarcene. Farò ricorso alla Corte di Strasburgo. Quanto durerà questo processo non lo so. Ma mi conforta un po’ il fatto che fino al termine del processo potrò continuare a vivere in Turchia. Il 2007 sarà un anno molto difficile. Vecchi processi continueranno, nuovi processi si apriranno. Chissà quali ingiustizie mi troverò davanti. Ma nel mio cuore impaurito di colombo so che la gente di questo paese non mi toccherà. Posso vedere la mia anima nella titubanza di un colombo ma so che in questo paese la gente non osa toccare i colombi. I colombi vivono fra gli uomini. Impauriti, come me, ma come me liberi.

UNA PETIZIONE SU CHANGE.ORG CONTRO LE MOZIONI FILO AZERE DELL’ASSEMBLEA PARLAMENTARE DEL CONSIGLIO D’EUROPA

UNA PETIZIONE SU CHANGE.ORG CONTRO LE MOZIONI FILO AZERE DELL’ASSEMBLEA PARLAMENTARE DEL CONSIGLIO D’EUROPA
https://www.change.org/p/parliamentary-assembly-of-the-council-of-europe-pace-no-to-hate-filled-war-rhetoric-on-nagorno-karabakh-conflict-and-favoritism
L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) dovrebbe votare sui seguenti due progetti di risoluzione sul Nagorno Karabakh all’ordine del giorno del 26 gennaio 2016:

Progetto di risoluzione sul tema “Escalation della violenza in Nagorno-Karabakh e gli altri territori occupati dell’Azerbaigian”, relatore Robert Walter (UK)
Progetto di risoluzione sul tema “Gli abitanti delle regioni di frontiera dell’Azerbaigian sono volutamente privi di acqua”, relatore Milica Marković (Bosnia ed Erzegovina)
Quello del Nagorno Karabakh è un conflitto complesso la cui soluzione pacifica non ha alternativa. Purtroppo questi due progetti di risoluzione alimentano la guerra retorica di odio dell’attuale governo azero sul Nagorno Karabakh e promuovono favoritismi. Entrambi i progetti di risoluzione evidentemente mancano di un’approfondita, imparziale ricerca, specificatamente lasciano fuori fatti cruciali e causano danni al processo di negoziazione.
Con la presente faccio sentire la mia voce contro questi due progetti di risoluzione caratterizzati da un contenuto infiammatorio e che poco hanno a che fare con la vera e propria risoluzione del conflitto e la costruzione della pace ma piuttosto con la promozione di interessi personali ed economici di una manciata di membri della PACE.
Ulteriori dettagli sui progetti di risoluzione:

Progetto di risoluzione sul tema “Escalation della violenza in Nagorno-Karabakh e gli altri territori occupati dell’Azerbaigian”, relatore Robert Walter (UK)
Come relatore Walter ha violato diverse norme del codice di condotta dei membri PACE, come 1. il principio di neutralità, imparzialità e obiettività (norme 1.1; 1.1.1 .; 1.1.4), 2. il principio di evitare il conflitto di interesse (regola 8), 3. il principio di non utilizzare la propria posizione come membro PACE per promuovere il proprio, l’interesse di entità (regola 12) di un’altra persona o, 4. nonché il principio del rispetto dei valori del Consiglio d’ Europa (regola 7).
Mr. Robert Walter e sua moglie Feride Alp-Walter, responsabile marketing della Associazione Medio Oriente, hanno mantenuto stretti rapporti con le autorità e le élite dominanti dell’Azerbaigian per un lungo periodo, tra cui l’aver acquisito una missione di alto livello del commercio britannico a Baku in stretta collaborazione con l’Ambasciata di Azerbaigian e la Società europea Azerbaigian (TE) – un’organizzazione di lobbying che ha forti legami con il governo azero e la cerchia ristretta di Ilham Aliyev.
L’appoggio di Walter per il governo di Ilham Aliyev, chiudendo un occhio sui processi democratici del paese, è stata spesso criticata da attivisti per i diritti umani in Azerbaigian [1], come Corporate Europe Observatory [2], nonché come i vari media internazionali ben noti.

Purtroppo, solo un primo sguardo al progetto di risoluzione è sufficiente per rendersi conto che si tratta di una riflessione parola per parola della posizione ufficiale azera e turca sul Nagorno Karabakh. Ufficialmente la Turchia ha sempre sostenuto apertamente l’Azerbaigian nel conflitto del Nagorno Karabakh. Walter e sua moglie, entrambi cittadini turchi, hanno avuto legami accoglienti con il governo turco. Walter ha ricevuto la propria carta di identità personalmente dal ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. Nel 2011 il signor Çavuşoğlu era tra gli ospiti al matrimonio del signor Walter e della signora Feride Alp.
Nonostante il titolo del progetto di risoluzione prodotta da Robert Walter, questa è ben lungi dal riflettere la realtà sull’escalation di tensione sulla linea di contatto tra l’Armenia e l’Azerbaigian e intorno al Nagorno-Karabakh negli ultimi mesi che ha portato a tragiche morti di civili.
Il progetto di risoluzione da Walter omette selettivamente le informazioni cruciali. Per esempio si omette di menzionare fatti importanti, come quello che, a differenza l’Armenia, l’Azerbaigian il 27.09.15 ha respinto la proposta del gruppo di Minsk dell’OSCE ad accettare un meccanismo OSCE per indagare sulle violazioni del cessate il fuoco. Il meccanismo consentirebbe di identificare l’iniziatore delle violazioni del cessate il fuoco e renderebbe più difficile per le parti incolparsi l’un l’altro per l’avvio di attacchi mortali. La risposta logica alla domanda perché l’Azerbaigian che accusa continuamente la parte armena per aver violato il cessate il fuoco non è interessato a un tale meccanismo, è evidente.
Questo progetto di relazione è anche un tentativo piuttosto pericoloso e irresponsabile di creare un meccanismo parallelo, senza avere la necessaria legittimità e il mandato dalle parti coinvolte nel conflitto. La reazione critica puntuale dei co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE – l’unico organo ufficiale con il mandato di mediare – al progetto di risoluzione del relatore Walter sottolinea il danno che provoca al processo negoziale e quindi alla soluzione pacifica del conflitto.

2. Progetto di risoluzione sul tema “Gli abitanti delle regioni di frontiera dell’Azerbaigian sono volutamente privi di acqua”, relatore Milica Marković (Bosnia ed Erzegovina)
– Purtroppo il progetto di risoluzione scritto dalla signora Milica Marković manca di un’imparzialee approfondita ricerca. Nonostante il pronto invito delle autorità armene e del Nagorno-Karabakh a visitare Sarsang (in “qualsiasi momento conveniente per il relatore”) come inizialmente richiesto dal relatore Milica Marković, né la signora Marković né l’esperto tecnico Dr. Lydia S. Vamvakeridou- Lyroudia furono sulluogo di indagine. Pertanto, sia il progetto di risoluzione che la relazione tecnica (che dovrebbe essere alla base del progetto di risoluzione) si basano su simulazioni piuttosto approssimative del corrispondente ministero azero sulla base dei dati del 1993 e per sentito dire, anche se c’era chiaramente l’opportunità di visitare il bacino e fare la conoscenza con lo stato attuale delle cose.
– Il relatore Marković utilizza evidentemente la questione umanitaria come pretesto per fare dichiarazioni altamente distorte sul Nagorno Karabakh in generale. Un breve confronto della relazione tecnica e la proposta di risoluzione, che dovrebbe essere basata sulla relazione tecnica, fa chiaramente capire che la signora Marković ha deliberatamente esagerato le conseguenze di potenziale pericolo o fatti importanti lasciati esposti nella relazione tecnica di progetto risoluzione, dal momento che queste informazioni non in sintonia con le sue intenzioni di parte.
La relazione tecnica redatta dall’esperto Dr. Lydia S. Vamvakeridou-Lyroudia specifica chiaramente: “Anche se Sarsang è una diga di terra di riempimento, che è molto meno pericolosa e molto più sicura quando si tratta di crollo improvviso in linea di principio (ad esempio rispetto a dighe ad arco), va sottolineato che senza un controllo visivo della diga non vi è alcun modo di valutare la sua condizione e ogni rischio potenziale dal punto di vista tecnico “.
Nonostante questo, il relatore e l’esperto tecnico hanno scelto di ignorare l’invito delle autorità del Nagorno Karabakh di visitare Sarsang ed esaminare lo stato di ispezione e manutenzione del bacino idrico. Invece, la signora Markovic ha prodotto una relazione che si riferisce alle simulazioni piuttosto approssimative del ministero delle Situazioni di emergenza, sulla base di informazioni azere di oltre venti anni or sono.
Secondo la relazione tecnica: “Sarsang da sola non può causare una grande alluvione nella regione problematica più bassa Kura, ma la mancanza di comunicazione tra l’Armenia e l’Azerbaigian fa temere che l’inspettato afflusso di acqua rilasciata da Sarsang possa aggiungersi alle conseguenze inondazioni causate da periodi di piogge eccessive nell’area”. Tuttavia, invece di sollecitare le parti a impegnarsi in un dialogo al fine di garantire una gestione sicura del bacino, la signora Markovic esige un “ritiro immediato delle forze armate armene dalla regione interessata”.

[1] https://www.youtube.com/watch?v=qOgCrsCKXt4, raggiunto il 2015/07/12
[2] “Spin medici per gli autocrati: how europeo PR ditta calce repressivo regime”, pp 22-25; http://corporateeurope.org/sites/default/files/201500303_spindoctors_lr.pdf, raggiunto il 2015/07/12