Nel pieno della crisi con la Russia, l’Azerbaigian rischia un nuovo conflitto con l’Armenia (Nova News 30.06.25)

L’obiettivo strategico del presidente Ilham Aliyev sarebbe il controllo del “Corridoio di Zangezur”, nella provincia armena di Syunik, per collegare direttamente il territorio azerbaigiano con l’exclave del Nakhchivan

La nuova crisi diplomatica tra Azerbaigian e Russia potrebbe nascondere ambizioni ben più ampie da parte di Baku: secondo fonti giornalistiche e analisti militari russi, l’obiettivo strategico del presidente Ilham Aliyev sarebbe il controllo del cosiddetto “Corridoio di Zangezur” – una stretta porzione di territorio nella provincia armena di Syunik – per collegare direttamente il territorio azerbaigiano con l’exclave del Nakhchivan. Secondo alcuni osservatori, fra cui l’analista militare Yuri Podolyaka, l’attuale contesto internazionale offre a Baku una finestra temporale favorevole. L’Iran, tradizionale baluardo contro l’espansione azerbaigiana nella regione e alleato dell’Armenia, è stato colpito duramente dai raid israeliani e statunitensi delle ultime settimane. La Russia è quasi del tutto assorbita dal conflitto in Ucraina e ha ridotto drasticamente la sua influenza nel Caucaso meridionale, come dimostrano le frizioni con la stessa Armenia. A Erevan, intanto, il premier Nikol Pashinyan – già duramente criticato per aver accettato la resa del Karabakh – potrebbe perdere le elezioni del 2026, interrompendo un ciclo di concessioni a favore dell’Azerbaigian.

Secondo l’analista russo, Baku avrebbe volutamente inasprito i rapporti con Mosca, usando come pretesto il caso dell’arresto in Russia di presunti membri della criminalità organizzata azerbaigiana avvenuto venerdì scorso a Ekaterinburg. L’operazione di sicurezza avvenuta nella città degli Urali, tuttavia, è stata molto dura, con oltre 50 persone arrestate e due morti fra le fila della comunità azerbaigiana. “In realtà – scrive Podolyaka – è proprio l’assurdità del caso che mi fa pensare che Baku cercasse disperatamente un pretesto per rompere con Mosca, in un momento che giudica strategico per agire”. Podolyaka aggiunge che la recente sconfitta militare dell’Iran nella cosiddetta “guerra dei dodici giorni” con Israele avrebbe ridotto la capacità di Teheran di reagire. “Dopo le elezioni del 2026, Pashinyan – considerato da molti una ‘quinta colonna’ di Baku – potrebbe essere sostituito, rendendo più difficile per l’Azerbaigian ottenere concessioni territoriali. Se l’operazione va fatta, va fatta ora”, aggiunge l’analista militare.

Il controllo del Corridoio di Zangezur rappresenterebbe per l’Azerbaigian un successo simbolico – perché ricongiungerebbe il Paese caucasico al Nakhchivan – ma anche una svolta strategica. Baku potrebbe avviare la costruzione di nuove infrastrutture energetiche con la Turchia evitando di doverle far transitare attraverso il territorio della Georgia, consolidando il suo ruolo di snodo energetico per l’Europa. Attualmente attraverso la Georgia transitano sia l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (Btc) sia il Corridoio meridionale del gas, ma con il Corridoio di Zangezur sotto il controllo dell’Azerbaigian, non sarebbe più necessario utilizzare queste rotte e si potrebbe inviare forniture dirette alla Turchia attraverso il confine con il Nakhchivan, inviandole per esempio a Kars, città turca dove già passano le due infrastrutture energetiche sopracitate, che dista poco più di 200 chilometri dal confine.

Tuttavia, l’opzione militare rischia di creare forti tensioni con l’Unione europea, che ha già aumentato la propria dipendenza energetica dall’Azerbaigian dopo la rottura con la Russia. Il punto critico è che, a differenza del Karabakh, la provincia di Syunik è internazionalmente riconosciuta come parte dell’Armenia: un’eventuale invasione sarebbe dunque una violazione palese del diritto internazionale. La questione assumerebbe particolari criticità per l’Italia, che in seguito all’inaugurazione del gasdotto transadriatico (Tap) – ultimo ramo del Corridoio meridionale del gas – ha rafforzato la sua cooperazione energetica con l’Azerbaigian: i rapporti fra Roma e Baku, come confermano gli intensi scambi di visite e le crescenti attività economiche e industriali in comune, sono oramai di grande rilevanza strategica per il nostro Paese.

Se l’Azerbaigian dovesse lanciare un’operazione militare, Bruxelles e Roma si troverebbero in un dilemma simile a quello vissuto con la Russia nel 2022. Ma la possibilità che vengano adottate sanzioni contro Baku è tutt’altro che certa, anche alla luce dell’attuale crisi in Medio Oriente e del timore di compromettere le forniture energetiche. Secondo Podolyaka, l’unico ostacolo concreto all’operazione militare potrebbe essere una forma di deterrenza tattica, come il rapido dispiegamento da parte armena di unità dotate di droni da ricognizione: “Se venissero costituite e posizionate in Armenia (questo tipo di unità), l’invasione potrebbe essere evitata o almeno resa molto più costosa per Baku”. La crisi in corso tra Azerbaigian e Russia potrebbe dunque essere il preludio a un tentativo azerbaigiano di cambiare con la forza l’assetto geopolitico del Caucaso. In questo contesto, l’Unione europea potrebbe essere chiamata a prepararsi a uno scenario in cui i propri interessi energetici rischiano di entrare in rotta di collisione con la difesa dei principi di sovranità e del diritto internazionale.

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Kallas, bene il processo di adesione dell’Armenia all’Ue (Ansa e altri 30.06.25)

(ANSA) – BRUXELLES, 30 GIU – Kallas ha poi sottolineato che l’Ue “sostiene” il processo di normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian e che vorrebbe vedere la firma del trattato di pace “il prima possibile”. “In questo mondo c’è bisogno di stabilità ed è nostro interesse la conclusione di questo processo, anche dal punto di vista dei progetti di connettività verso l’Asia Centrale”, ha aggiunto.


KALLAS PLAUDE AL PROCESSO DI ADESIONE DELL’ARMENIA ALL’UE (Opinione)


Kallas: “Bene il processo di adesione dell’Armenia all’Unione europea” (Espresso) 

Armenia – Khor Virap, le origini della fede cristiana (Assadakah 30.06.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Sorge nella valle dominata dal profilo del biblico monte Ararat il monastero di Khor Virap, luogo simbolico della storia cristiana dell’Armenia. Più che un santuario, per gli armeni rappresenta il cuore spirituale della nazione, il punto in cui ha preso forma un’identità religiosa destinata a segnare in profondità la storia del Paese. 

Qui, secondo la tradizione, San Gregorio l’Illuminatore fu imprigionato per tredici anni alla fine del III secolo d.C., sotto il regno di Tiridate III, colpevole di aver professato la fede cristiana in un’epoca in cui il paganesimo era ancora dominante. Rinchiuso in un pozzo-prigione, sopravvisse grazie alla provvidenza, fino a quando – raccontano le fonti ecclesiastiche – fu invocato per guarire lo stesso re, gravemente malato. La sua liberazione segnò una svolta: Tiridate III guarì, si convertì e battezzò sé stesso e il suo popolo. Fu così che l’Armenia, nel 301 d.C., divenne la prima nazione al mondo ad adottare ufficialmente il cristianesimo come religione di Stato.

L’archimandrita Komitas Poghosyan, che guida da quattro anni la comunità del monastero, lo definisce senza esitazione “il luogo in cui è iniziato il risveglio spirituale del popolo armeno”. Per lui, la fede non è solo memoria, ma un’eredità viva: “Abbiamo vissuto momenti durissimi nella nostra storia, ma la fede ci ha sempre sostenuti. Anche nei tempi di maggiore sofferenza, non l’abbiamo mai perduta”.

Khor Virap è oggi meta di pellegrinaggi e punto d’incontro tra fedeli locali e visitatori provenienti da tutto il mondo. Durante le celebrazioni, le voci di tre giovani donne – Mariam, Lily e Anna – accompagnano le liturgie con canti che, secondo l’abate, “non sono solo musica, ma l’anima di un popolo che prega”.

Con un atteggiamento cordiale e un’umiltà disarmante, l’archimandrita accoglie chiunque varchi la soglia del monastero. “Come dice il Vangelo – ricorda – Cristo conosce i suoi, e i suoi lo conoscono. Quando si entra in una chiesa, si dovrebbe poter guardare negli occhi qualcuno e sentirsi accolti”.

Poghosyan ha anche un legame speciale con la Bulgaria, dove ha vissuto e prestato servizio in passato. “Ho ricordi bellissimi di quel Paese, non solo tra gli armeni della diaspora, ma anche tra i bulgari. L’amicizia fra i nostri popoli è una ricchezza”.

Nel pozzo in cui Gregorio fu rinchiuso, oggi si scende per devozione. Lì dove un tempo regnavano oscurità e dolore, oggi si celebra il miracolo della fede che ha resistito ai secoli. Khor Virap resta così il testimone silenzioso di una storia che continua a parlare, generazione dopo generazione.

“Chiesa Apostolica Armena: da culla del Cristianesimo a vittima del potere”, l’Editoriale di Bruno Scapini (Gazzetta Diplomatica 30.06.25)

arresto di sabato scorso del Capo della Diocesi di Shirak, l’Arcivescovo Mikael Ajapahyan, che fa seguito ad altro nei confronti del Capo della Diocesi di Tavush, l’Arcivescovo Bagrat Galstyan, eseguito appena tre giorni prima, è l’ennesimo episodio di una teoria di attacchi che il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, sta portando da qualche tempo avverso la Chiesa Apostolica armena con pretestuose accuse di sovversione dell’ordine costituzionale del Paese. Già da qualche tempo, infatti, in particolare da quando si è andata affermando una diffusa opposizione verso l’attuale Governo, l’Armenia sta vivendo uno dei momenti più critici della sua esistenza. Ma non tanto a causa di una conflittualità sociale inesistente o di una pretesa crisi economica che investirebbe il Paese, bensì per ragioni di pura conservazione del potere. Un potere finalizzato ad attuare un corso di politica estera più favorevole ai tradizionali nemici di vicinato (leggi Azerbaijan e Turchia), ma mascherandone la compiacenza con un quanto mai illusorio progetto di pacificazione regionale non inclusivo dei reali e più rilevanti interessi nazionali. E proprio in questa prospettiva, il Governo avrebbe condotto oggi il Paese ad un bivio cruciale: ovvero a dover scegliere se permanere nello storico legame con Mosca, o se invece abiurarlo in favore di uno schieramento pro-occidentale. Un’opzione, quest’ultima, che è stata adottata in via preferenziale proprio da Pashinyan, su sollecitazione delle forze euro-atlantiste inclini a strumentalizzare la sua figura politica nell’ottica di antagonizzare ancora una volta la Russia nello scacchiere caucasico. Ed è in questa prospettiva che l’attuale scontro tra Governo e Chiesa Apostolica troverebbe le sue primarie motivazioni e spiegazioni.

La criticità, infatti, dell’attuale rapporto tra le Autorità e la Chiesa Apostolica andrebbe più propriamente inquadrata nel contesto di quella crescente tensione con i massimi esponenti religiosi di Echmiadzin che l’attuale Governo di Nikol Pashinyan avrebbe provocato a seguito di una sua deriva autocratica sempre più allineata con gli interessi di alcune potenze occidentali intenzionate a destabilizzare il Paese in funzione anti-russa. Non va dimenticata, infatti, la genesi dell’attuale Governo: Pashinyan, da “prigioniero politico” quale era, dopo i cruenti fatti di piazza del 2008 – cui lo stesso ha attivamente partecipato – è passato al ruolo di un auto-proclamato “Primo Ministro” nel 2018 a seguito di una quanto mai perplessa “transizione di velluto”. Da allora il suo Governo è stato sempre alla ricerca di un consenso che potesse garantirne una legittimazione politica, e ha contato a tal fine sulla disaffezione serpeggiante attraverso alcune frange dell’elettorato che si facevano portatrici di un auspicato cambiamento rispetto al precedente Governo. Poiché l’iniziale sostegno popolare in favore di Nikol è andato nel tempo scemando a fronte di alcune sue scelte politiche adottate in aperto contrasto con le cause storiche nazionali armene, quali la reintegrazione del Nagorno Karabach e il riconoscimento universale del Genocidio del 1915 (elementi entrambi costituenti storicamente l’identità nazionale del popolo armeno), una forte reazione si sarebbe gradualmente consolidata verso la sua figura istituzionale vista non più in linea con gli interessi del Paese, ma anzi con essi in aperto pieno contrasto. La discutibile sconfitta subita con l’ultima guerra con l’Azerbaijan nel 2020, la totale perdita del Karabagh nel 2023, la inattuabilità del suo progetto di fare dell’Armenia un “crocevia della pace” – attraverso concessioni di varia tipologia in favore di Paesi storicamente “nemici”, ma percepite come “inaccettabili” dall’opinione pubblica del Paese – e l’inasprimento dei rapporti con la Russia – in contro-tendenza con i tradizionali interessi economici, migratori e strategici da sempre mantenuti con Mosca – sono tutti fattori che hanno portato all’emergere di un vasto movimento di resistenza di cui proprio la Chiesa Apostolica di Echmiadzin si è fatta interprete offrendo il pretesto per le scomposte e irreverenti reazioni avute dal Premier, al limite dell’oltraggio, verso la massima Autorità religiosa e spirituale della Nazione, il Catholicos di tutti gli armeni.

Per gli aspetti più propriamente geopolitici, che attengono invero alla vera sostanza della attuale crisi attraversata dal Paese, non va parimenti sottaciuto come l’Armenia costituisca oggi col Governo Pashinyan l’elemento sul quale poggia quell’Occidente collettivo votato alla sconfitta strategica della Russia; lo stesso Occidente che ritiene di poter condurre oggi Yerevan verso uno schieramento euro-atlantista non solo inducendo il suo Governo ad abiurare i tradizionali vincoli con Mosca (dall’appartenenza all’Unione Euroasiatica alla CSTO ed altre forme di cooperazione), ma anche accreditando in alternativa un’ipotesi di destabilizzazione del Paese funzionale – congiuntamente ai casi della Moldova e della Georgia – ad un indebolimento del fronte caucasico della Federazione Russa. Non sarebbe irrealistico, del resto, immaginare in proposito come anche l’Armenia, nelle intenzioni di alcune note leadership occidentali, possa rappresentare al pari dell’Ucraina un’utile opportunità per ingegnerizzare un altro “progetto anti-Russia”. Ma la difficoltà incontrata per una simile conversione del ruolo del Paese (strategicamente ed economicamente più orientato verso Mosca) indurrebbe ora Pashinyan a ricercare altri ulteriori pretesti per attivare uno scontro con le opposizioni all’interno della società armena colpendola proprio in quello che ha più di vitale per mantenere e preservare l’unità storica, spirituale, etica e morale dell’intera Nazione ivi compresa la sua stessa Diaspora.

Prova dell’appoggio di cui peraltro gode l’attuale Governo armeno da parte occidentale per questa sua riprovevole linea di condotta è ancora una volta quel noto doppio standard comportamentale tenuto dalle istituzioni di Bruxelles. Queste, al tempo delle violenze di piazza del 2008, non lesinavano pressioni politiche di ogni tipo pur di ottenere la scarcerazione di Pashinyan ritenendolo “prigioniero politico”. Ma oggi quelle stesse leadership tacciono. Né osano prendere le difese di esponenti religiosi arbitrariamente arrestati con motivazioni tanto speciose nelle finalità, quanto pretestuose e fallaci nei contenuti.

In questa prospettiva, aizzare, dunque, il popolo contro la massima Istituzione religiosa, denigrandola con una narrativa offensiva e oltraggiosa, ma anche cercando di imbavagliarla con veri e propri atti persecutori (accuse di comportamenti osceni e immorali, arresti di esponenti religiosi e civili, proposta di riforma per l’elezione del Catholicos quale suprema guida spirituale), potrebbe ben percepirsi non solo come una violazione del principio oggi universalmente riconosciuto dell’indipendenza della Chiesa dallo Stato (un principio peraltro fatto proprio dalla stessa Costituzione armena e dalla più recente legge di ridefinizione dei rapporti tra le due entità del 2007), ma anche come tragico e al contempo miserevole espediente per raccogliere consensi in vista delle prossime elezioni politiche del 2026, in occasione delle quali molto verosimilmente Nikol Pashinyan si troverà a dover fare i conti con una opposizione sempre più consolidata e determinata ad invertire il corso politico del Paese per restaurare quei valori che proprio il suo Governo ha inteso mettere in discussione in un’ottica distruttiva dell’unità nazionale.

Bruno Scapini

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Armenia: l’Arcivescovo Mikael rifiuta la candidatura a Primo Ministro (AgenParl 27.06.25)

L’arcivescovo Mikael Ajapahian, a capo della diocesi di Shirak della Chiesa Apostolica Armena, ha rifiutato pubblicamente la proposta di essere nominato Primo Ministro dell’Armenia, dichiarando di voler continuare esclusivamente il proprio servizio come uomo di chiesa.

“Sono pienamente soddisfatto del mio ruolo di uomo di chiesa, quindi non voglio che il mio nome venga inserito nella lista dei candidati a primo ministro”, ha affermato in una dichiarazione trasmessa dal suo avvocato Ara Zograbian.

La proposta di candidare l’arcivescovo Mikael alla guida del governo era stata avanzata da alcuni parlamentari indipendenti, tra cui Hovik Aghazaryan e Hakob Aslanyan, nel contesto di un’iniziativa volta a promuovere un voto di sfiducia nei confronti dell’attuale Primo Ministro Nikol Pashinyan. Il blocco di opposizione “Armenia”, guidato dall’ex presidente Robert Kocharian, aveva annunciato di essere pronto a raccogliere le 26 firme necessarie a sostenere la mozione, seguita poi anche dalla fazione “I Have Honor”, fondata da un altro ex presidente, Serzh Sargsyan.

Tuttavia, l’eventualità della nomina è stata esclusa direttamente da Mikael, il quale è attualmente coinvolto in un’indagine giudiziaria. Venerdì scorso, infatti, l’arcivescovo è stato arrestato con l’accusa di incitamento al rovesciamento del governo. Il tribunale di Yerevan dovrà decidere sulla sua custodia cautelare entro 24 ore dall’arresto.

Il rifiuto di Mikael getta nuova incertezza sulla crisi politica in Armenia, mentre l’opposizione prosegue nella sua pressione per un cambiamento alla guida del Paese.

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Amb. Ferranti visita la Galleria Nazionale d’Armenia (Ansa 27.06.25)

(ANSA) – ROMA, 27 GIU – L’Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, si è recato in visita presso la Galleria Nazionale di Armenia, dove è stato ricevuto dalla Direttrice della Galleria, Marina Hakobyan, e dalla Vice Direttrice, Anna Yeghiazaryan.
Durante la visita all’Ambasciatore è stata presentata l’esposizione permanente della Galleria e sono stati inoltre trattati argomenti relativi alle opportunità di collaborazione in futuro. (ANSA).

«Vi è un corpo solo e un solo Spirito» (Tiforma 26.06.25)

Verranno dall’Armenia i testi per i sussidi della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026. L’équipe internazionale incaricata è dal 1968 nominata congiuntamente dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (Dpcu) e dalla Commissione Fede e Ordine del Consiglio Mondiale delle Chiese (Cec). La redazione dei materiali era stata affidata per il prossimo anno al Dipartimento per le relazioni interconfessionali della Chiesa apostolica armena. Il Dipartimento ha coordinato il gruppo ecumenico di cristiani armeni che ha preparato la prima bozza dei testi. 

 

Durante un incontro a Etchmiadzin lo scorso ottobre, i rappresentanti di questo gruppo hanno collaborato con l’équipe internazionale per finalizzare i testi.  L’incontro è stato presieduto congiuntamente dal pastore Mikie Roberts del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra e da padre Martin Browne del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Il 17 ottobre 2024, l’équipe è stata ricevuta in udienza da  Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni.

Il testo di riferimento è tratto da Efesini, capitolo 4, versetto 4: «Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione».

 

Come si legge nei materiali introduttivi la Chiesa apostolica armena, riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane del mondo, ha svolto un ruolo fondamentale nel plasmare l’identità spirituale e storica del popolo armeno per quasi due millenni.  Fondata all’inizio del IV secolo, con radici che risalgono all’epoca apostolica, trascende l’organizzazione religiosa; incarna la resilienza nazionale, il patrimonio culturale e la forza spirituale di un popolo. Oltre a offrire una guida spirituale, la Chiesa ha salvaguardato le tradizioni, la lingua e i valori armeni, soprattutto durante i periodi di avversità e di dominazione straniera. In tempi contemporanei, soprattutto in mezzo a sfide come il conflitto nel Nagorno-Karabakh e lo sfollamento della popolazione dell’Artsakh, la Chiesa continua a servire come fonte di forza e di conforto per gli armeni. Oggi è un faro di fede, unità e continuità per gli armeni di tutto il mondo e fornisce spunti di riflessione che risuonano nella più ampia comunità cristiana globale.

 

Il testo redatto da Cec e Dpcu ricorda che le origini della Chiesa apostolica armena sono profondamente radicate negli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, che evangelizzarono l’Armenia già nel I secolo d.C.. Tuttavia, fu sotto la guida di San Gregorio Illuminatore, il primo Catholicos (patriarca) ufficiale dell’Armenia, che il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301 d.C., l’Armenia divenne la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato sotto il re Tiridate III, un evento che la contraddistinse come pioniera della fede molto prima dell’abbraccio dell’Impero Romano al cristianesimo.La sede madre di Etchmiadzin, situata vicino a Yerevan, funge da centro spirituale e amministrativo della Chiesa apostolica armena.  La tradizione racconta che San Gregorio ricevette una visione divina di Cristo che scendeva dal cielo e colpiva il suolo con un martello d’oro, designando il sito per la prima cattedrale armena. Questa visione portò alla costruzione della Cattedrale di Etchmiadzin, una delle chiese più antiche del mondo, che simboleggia il legame duraturo tra la Chiesa armena e i suoi fedeli.  Nel corso dei secoli, la Sede madre è stata un centro di spiritualità e di autorità ecclesiastica, guidando i fedeli e preservando il patrimonio cristiano armeno.

 

I materiali, per ora ancora in lingua inglese (saranno poi tradotti nei prossimi mesi) sono disponibili qui: 

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Se la strada della politica è riprendere l’orizzonte morale di Pietro Kuciukian (Gariwo 26.06.25)

Ritrovare lo spirito dell’Onu, rinnovare l’animo originario dell’Onu attraverso l’esempio dei Giusti e la creazione dei Giardini, antidoto all’odio e via per la prevenzione dei genocidi, è l’appello che Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, ha lanciato nella sede del Palazzo di vetro di New York, realtà internazionale costituita da Stati sovrani, nata nel 1945 per garantire la pace dell’Umanità. Chiaro l’orizzonte etico degli Stati fondatori trasfuso nella Carta dell’Onu, un trattato che secondo le normative è vincolante per tutti gli Stati che lo hanno ratificato: condannando l’uso della forza nelle relazioni internazionali, fa riferimento ai diritti umani, alle libertà fondamentali, ai principi di cooperazione tra le nazioni.

Se la strada della politica oggi è riprendere l’orizzonte morale, particolarmente incisivo risulta un passaggio dell’appello: “I Giardini dei Giusti”- afferma Nissim – “…sono come piccole Nazioni Unite dal basso, luoghi in cui persone diverse si incontrano, dialogano, si impegnano per il bene comune”.

Viviamo tempi in cui l’appello alla difesa della pace giunge dal basso e non dall’alto dove si è installato il dominio dell’autoritarismo, del militarismo, della forza. Dall’esempio dei Giusti è necessario ripartire perché si possa sperare nella ricostituzione di relazioni amichevoli tra le nazioni così come auspicato dall’Onu al suo sorgere.

Per questo è importante oggi fare anche memoria del popolo armeno e della sua storia recente, della quale segnalo due tappe importanti: la prima nell’ottobre del 2023 quando l’enclave armena del Nagorno Karabakh, nell’ultimo attacco sferrato dagli azeri invece di resistere si è arresa, opponendo alla violenza lo status di profughi, un esodo di 120.000 persone; una resa il cui significato sta nella scelta di salvare vite umane, così come dichiarato dal Primo ministro Nikol Pashinyan. (https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/il-nagornokarabakh-tra-ieri-e-oggi-26715.html).

Appare paradossale che un popolo perseguitato, massacrato, scacciato dalla sua terra per migliaia di anni, un popolo che ha subito un genocidio, che ha accolto di recente con grandi sacrifici gli esuli del Karabakh, possa proporre oggi un progetto morale e umanitario di portata internazionale quale quello nato recentemente a Yerevan, mentre altri popoli con storie millenarie stanno percorrendo strade opposte. L’altra tappa recente del popolo armeno e del suo difficile cammino di indipendenza è la nascita del Centro per l’Etica negli Affari Pubblici (ETICA). 

Il 22 maggio 2025, l’Università Americana di Armenia (AUA) ha ospitato l’evento pubblico del nuovo Centro, finanziato da Horizon Europe nell’ambito della Cattedra ERA (Spazio Europeo della Ricerca). Ad oggi, l’Armenia è il primo paese del Caucaso meridionale a ricevere tali finanziamenti. Il Centro è guidato da Maria Baghramian, e coordinato da Arshak Balayan. Di particolare interesse il fatto che le principali attività di ricerca, didattica, divulgazione al pubblico e riforma sono inserite nel tema di fondo:”Fiducia e Speranza in Tempo di Crisi”. La piattaforma ufficiale dell’Unione europea per la presentazione di iniziative innovative (Cordishttps://cordis.europa.eu/it ) colloca e riconosce ETICA tra i progetti di maggiore interesse che segna una pietra miliare significativa per l’Armenia e per altri paesi.

Il Presidente dell’AUA, Dr. Bruce Boghosian, ha sottolineato l’importanza di ETICA in questo momento storico dell’Armenia e del mondo: “In un momento in cui le società di tutto il mondo, e la nostra società armena in particolare, stanno attraversando un periodo di turbolenta trasformazione e si trovano ad affrontare profonde scelte etiche, il ruolo della ricerca interdisciplinare è diventato vitale per ispirare una governance responsabile, le politiche pubbliche e i dibattiti sociali. Il nostro Paese sta coraggiosamente forgiando un nuovo contratto sociale basato sui principi democratici, affrontando al contempo problemi del XXI secolo, tra cui il cambiamento climatico, la tutela ambientale, l’ascesa dell’intelligenza artificiale e l’abuso dei dati per diffondere disinformazione. A mio avviso, tali sforzi, intrapresi di fronte a così tante avversità, esemplificano il miglior comportamento etico di cui l’umanità è capace. Spero che questo finanziamento contribuisca a far crescere la consapevolezza di questo momento storico unico e del ruolo dell’Armenia in questa lotta”.

Di primaria importanza nella sua essenzialità l’analisi del Dr. Stephan Astourian che nell’Università Americana di Yerevan dirige il “Turpanjian Institute of Social Sciences” (TISS). Il professor Astourian è un accademico armeno-americano, formatosi in Francia alla Sorbonne, docente all’Università della California, Berkeley, esperto in storia diplomatica, relazioni internazionali, crisi e risoluzione dei conflitti, psicologia politica. Dopo avere contestualizzato il ruolo di ETICA nell’ ambito degli sviluppi geopolitici contemporanei, ha dichiarato: “Il Centro insegnerà agli studenti a pensare”.

Ricordo il pessimismo analitico dell’amico Stephan quando in Armenia ci si ritrovava ogni anno come membri della giuria del Premio che il Presidente della Repubblica assegnava al migliore lavoro sul tema del genocidio. Interminabili dialoghi notturni a cui partecipava anche lo storico armeno-francese Raymond Kevorkian, ambasciatore della Fondazione Gariwo, sui temi della memoria e della storia, della testimonianza, della verità tradita, della perdita irreparabile di pensieri critici e di idee alternative. La domanda ricorrente di Astourian quando parlava dell’insegnamento e della formazione dei giovani, domanda che poneva a se stesso e a noi interlocutori attenti, era sempre una: “come posso farli diventare better thinkers?”. Si arrivava poi in modo unanime a considerare il fatto che avere accesso alla conoscenza è la prima conquista ma che ancora più importante è la capacità di usarla in modo “etico” se si vuole presidiare la democrazia.

Fare di ETICA il polo regionale di eccellenza nella ricerca, nella formazione e nella divulgazione nei settori pubblici e professionali, ha insistito il Professor Baghramian, è il valore da perseguire nella vita dei singoli, nelle formazioni sociali nella politica, ed è una responsabilità che ci dobbiamo assumere, perché l’Armenia – ha concluso – è l’unico paese della regione ad avere una democrazia funzionante, seppur imperfetta. Colpisce nell’evento del lancio del Centro di ETICA la determinazione a diffondere e comunicare al pubblico le iniziative e gli obiettivi raggiunti.

I risultati della ricerca dell’area universitaria saranno portati all’esterno, utilizzati a beneficio del pubblico, una osmosi necessaria legata agli scopi stessi per i quali è nato il progetto: migliorare i livelli di convivenza, il riconoscimento reciproco, l’accettazione dell’altro in tutti i campi, realizzando un nuovo “contratto sociale” basato sulla rivitalizzazione dei principi democratici necessari per affrontare le sfide della contemporaneità: i temi della pace, del diritto internazionale, dei diritti umani, delle disuguaglianze, della tutela dell’ambiente, dell’intelligenza artificiale, della globalizzazione.

Stiamo assistendo in questi giorni al rinnovarsi di scelte incoerenti, guerre e attacchi giustificati come difese preventive. Da praticare attivamente è invece la prevenzione contro l’odio e i nuovi genocidi. L’Armenia ora pone mano a scelte che presidiano la democrazia e esprime fiducia nei governanti che contengono la paura di invasioni territoriali attraverso l’apertura e la costruzione di un dialogo che ha come obiettivo la pace con i paesi confinanti.

Dal cambiamento e dalla presa di coscienza dei singoli al cambiamento delle politiche pubbliche. Tappe queste della realtà dell’Armenia che andranno seguite nei loro sviluppi e risultati.

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Roma-Accademia Filarmonica Romana i ritmi ancestrali con i Munedaiko e concerto della flautista Veronika Kisanishvili (La Notizia 29.06.25)

Roma- Concerto della flautista Veronika Kisanishvili  nei  Giardini della Filarmonica, festival estivo dell’Accademia Filarmonica Romana, lunedì 30 giugno (ore 21.30, via Flaminia 118) tornano gli spettacolari tamburi giapponesi con la formazione dei Munedaiko.  “Il suono e la vibrazione del Taiko sono in grado di scuotere le fondamenta del cuore umano. Se ascoltiamo attentamente, il nostro stesso cuore batte in modo ritmico” così racconta il percussionista Mugen Yahiro che ha fondato il gruppo Munedaiko nel 2014 insieme ai suoi due fratelli Naomitsu e Tokinari Yahiro, con l’intento di promuovere e valorizzare lo strumento in Italia e in Europa, e diffonderne la pratica.

Quella del taiko è musica ancestrale, le cui prime origini risalgono a circa 2000 anni fa, spesso usato in battaglia per intimorire e spaventare i nemici. Oltre all’aspetto marziale, è sempre stato utilizzato in contesti popolari, culturali, religiosi e spirituali. Trovava spesso parte in cerimonie religiose sia buddiste che shintoiste, una tradizione che è perdurata fino ai nostri tempi. Nella credenza popolare giapponese si dice che con la sua vibrazione sia in grado di purificare l’ambiente in cui viene suonato scacciando i demoni o le impurità che lo abitano. Nei villaggi le feste venivano celebrate con il suono del tamburo, la gente lo suonava per rallegrare ed elevare lo stato d’animo. È da queste feste che si sono sviluppati gran parte dei ritmi tradizionali, fonte di ispirazione per tutti i percussionisti di taiko moderni. Lo scopo di chi “pratica” il taiko, con un severo allenamento, è quello di far risvegliare, sviluppare e manifestare la propria forza interiore, creando una condizione di armonia nel corpo, nel cuore e nella mente e condividerla con chi gli è vicino. La postura, il movimento e la concentrazione sono fondamentali: “Bisogna focalizzarsi su come si muove il corpo per arrivare a colpire il tamburo, liberare la mente per sentire il suono e risuonare con la vibrazione per entrare nel ritmo” conclude Mugen Yahiro.

La giornata si apre in Sala Casella con il concerto (ore 20) della flautista armena Veronika Kizanishvili, che insieme alla pianista Oh Yunwoo, esplora autori armeni e georgiani, fra cui in particolare l’armena Elena Mardian (1960) per cui la flautista ha dedicato un progetto editoriale e discografico. Altri autori in programma i georgiani Otar Taktakishvili (1924-2989) e Aram Chačaturjan (1903-1978), e per l’Armenia Padre Komitas (1869-1935) e Grigor Narekatsi (951-1003). In programma anche Cantabile ed Presto di George Enescu virtuoso violinista e compositore rumeno. Nata a Tbilisi in Georgia, in una famiglia per metà armena e per metà georgiana, Veronika Kizanishvili è cresciuta in una famiglia d’arte, respirando fin da piccola la musica in ogni sua declinazione, dal repertorio antico alla musica tradizionale armena e georgiana, fino al repertorio flautistico classico. Dal Conservatorio della sua città, si trasferisce a Roma dove si laurea al Conservatorio di Santa Cecilia nel 2014 in flauto e successivamente in flauto traversiere, perfezionandosi poi all’Accademia Internazionale di Imola. Il concerto è realizzato in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia.

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30 giugno, i ritmi ancestrali del taiko con i Munedaiko e concerto della flautista Veronika Kisanishvili (ArgoOnline)

Il film sul grande Komitas va sottratto all’oblio. La Rai agisca, c’è per questo (Tempi 26.06.25)

“Songs of Solomon” è molto di più di una rievocazione del genocidio armeno. Tutti dovremmo guardarlo. Aiuta a sconfiggere l’odio, induce al perdono. La tv pubblica si muova subito
Song of Solomon

Quando tutto fa cascare le braccia, mi è apparsa di nuovo davanti agli occhi la “croce di pietra” (Khatchkar), che esiste solo in Armenia, e costella ogni angolo della nostra terra. La nostra croce è diversa dalle altre, come le altre è piantata sul Calvario, ma ecco che dalla base conficcata del Khatchkar, dai piedi di Cristo, balzano su radici fiorite, che parlano già di risurrezione. La morte di papa Francesco ha questo stesso profumo per noi. Ha donato se stesso risorgendo come il Cristo vivo nella nostra fede così scadente.
Noi armeni ci ricorderemo per sempre quando ci ospitò in San Pietro il 12 aprile del 2015, nella Messa per i “martiri armeni”. Erano cent’anni dal “Grande Male”, la strage (il martirio) di un milione e mezzo di cristiani. Egli osò dire che «il primo genocidio del XX secolo ha colpito il popolo armeno, prima nazione cristiana». Il governo turco, per bocca di Erdogan, lo accusò di calunnia. Il governo italiano (allora di sinistra, ma che differenza c’è?) tacque.

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